I-AI – Noterelle sull’Arte della Spada giapponese

Per quanto siamo in grado di dirne dopo vari decenni di studio teorico e pratico, e con inevitabile approssimazione, l’Arte della Spada giapponese (I-AI) può paragonarsi ad un grande forziere ricolmo di monete d’oro dal valore inestimabile. È appena il caso di precisare che le noterelle qui raccolte non costituiscono che un’esigua manciata di tali monete; tuttavia, anche se poche, sono pur sempre d’oro, e possono costituire preziosi motivi di riflessione circa alcuni dettami della lunga disciplina necessaria a che la spada non solo possa essere brandita con perizia tecnica ma sia, anche e soprattutto, strumento di espressione artistica, ovvero espressione dello Spirito che fluisce attraverso la persona dello spadaccino e al tempo stesso la trascende liberandola e completandola. Espressione d’arte, se arte, dalla radice sanscrita rta, significa ordine e armonia, di cui la persona – da per-sonare, risuonare attraverso – si fa tramite, a patto di aver messo da parte ogni  pretesa egocentrica, laddove l’impronta dello Spirito è universale e disdegna la minima scoria di soggettivismo autoreferenziale.

Naturalmente, essendo la spada strumento bellico, lo studio comporta il dover in qualche modo (nota dolente) praticare lo spirito del Bushi, termine che nella sua accezione più rigorosa non indica sic et simpliciter l’uomo d’arme, cioè il bugeisha, letteralmente “uomo delle arti marziali” oppure il sotsu o “soldato di cavalleria”, o ancora l’heishi o “uomo della milizia” o il senshi, il “soldato”, bensì, assai più profondamente, il Gishi  cioè l’uomo retto, il guerriero dall’animo forte e gentile, da cui la dicitura:

 

bushi no nasake 

compassione, benevolenza e gentilezza del Guerriero,

 

quindi un particolare e forse unico tipo di uomo di pace (paradosso incomprensibile per una mentalità pacifista) dato che, com’è noto, nel termine bushi il carattere bu indica l’interrompere l’uso delle armi; uomo di pace di cui, occorre dire, non sembra che il mondo contemporaneo favorisca la formazione, anzi. E ciò tenendo presente che, come la spiga di grano è già nel suo seme, un bushi che non lo sia in nuce, che cioè non lo sia già nei precordi, è impossibile che possa diventarlo anche a prezzo del più scrupoloso e intenso addestramento. Del resto non sarà un caso che nel termine bushi il carattere shi sia composto dal carattere ichi uno e ju dieci, ad indicare che fra gli uomini uno su dieci è un guerriero, proporzione assai generosa dati gli attuali tempi che vedono dilagare la svirilizzazione dell’elemento maschile conseguente all’imporsi sottilmente violento e sempre più dilagante della rivalsa femminista (femminista, precisiamo, e non femminile) e all’abbandono dei parametri tradizionali concernenti il genere sessuale in favore di una concezione allargata, indeterminata e possibilista.

Che il Bushi sia uomo di pace traspare chiaramente da uno dei motti principali concernente l’Arte della Spada giapponese:

 

saya no uchi de katsu

vincere lasciando la spada nel fodero.

 

o anche

 

nukazu ni sumu 

dirimere senza usare la spada.

 

Per evitare il fraintendimento pacifista di tale motto, sarà utile considerare quanto dice Takamura Yukiyoshi Sensei (1929-2000) in Aikido Journal.                          

«Alcuni insegnanti di aikido parlano molto di non-violenza, ma non riescono a capire in cosa veramente consista. Un pacifista non è davvero un pacifista se non è in grado di fare una scelta tra violenza e non-violenza. Un vero pacifista è in grado di uccidere o mutilare in un batter d’occhio, ma al momento dell’imminente distruzione del nemico  sceglie la non-violenza. Egli sceglie la pace. Deve essere in grado di fare una scelta. Egli deve avere la effettiva capacità di distruggere il suo nemico e quindi scegliere di non farlo.

Ho sentito questa scusa: “ho scelto di essere un pacifista prima di apprendere le tecniche, quindi non ho bisogno di imparare il potere di distruzione”. Questo mostra la non comprensione della mente del vero guerriero. Questa è solo una razionalizzazione per coprire la paura di lesioni o il rifiuto di un duro allenamento. Il vero guerriero che sceglie di essere un pacifista è disposto a stare in piedi e morire per i suoi principi. Le persone che affermano di essere pacifisti, che razionalizzano per evitare un duro allenamento o lesioni, fuggiranno invece di restare e di morire per i principi. Sono solo vigliacchi. Solo un guerriero che ha temprato il suo spirito nel conflitto e che ha affrontato se stesso, può a mio avviso fare la scelta di essere un vero pacifista».

 

Da notare: «un guerriero che ha temprato il suo spirito nel conflitto e che ha affrontato se stesso»: due aspetti della medesima disciplina, cioè dell’ascesi cui ha da sottoporsi chi pretende di usare la Spada giapponese e che non sembra essere presa in molta considerazione dai moderni praticanti, in testa gli occidentali, distratti dal democratismo egualitario, nonché dal carrierismo, dall’agonismo sportivo e dal perfezionismo tecnico. Per non dire di una certa (pseudo) umiltà su cui è meglio sorvolare.

Di più, in Introduzione alla filosofia dell’azione, Mishima Yukio è chiarissimo:

 

«La spada giapponese, una volta estratta dalla guaina, inizia un suo caratteristico movimento. Proprio come accade ad una pallottola nell’attimo stesso in cui viene esplosa e che, proiettata contro il nemico, percorre una traiettoria ineluttabile; per strano intervento del destino, tutta via, può centrare l’elmo calato sulla fronte, penetrare al suo interno, scivolare ed uscire senza provocare alcun danno. In molti casi l’azione può concludersi senza aver conseguito il suo scopo, ma è comunque sempre costretta a confermarsi alla legge e alla logica che la obbligano a dirigersi in linea retta verso l’obiettivo. Immaginiamo di rivolgerci alla pallottola in volo e di domandarle: “Dove stai andando?”. La pallottola ci risponderebbe: “Vado a uccidere il nemico” e continuerebbe ineluttabilmente la sua corsa. Sarebbe impossibile per lei perdersi in un’attività secondaria. In questo senso anche la spada giapponese, sebbene non rapidamente come le pallottole, una volta snudata non può essere rinfoderata senza aver ucciso. Quando non è snudata  con questo scopo, la spada giapponese viene sconfitta e umiliata agevolmente […] quando un’arma viene usata per un scopo diverso da quello per cui è stata forgiata, perde istintivamente la sua forza».

 

Da notare che il brano di Mishima sottintende senza dubbio a

 

sakki

la determinazione a uccidere,

 

ciò rappresentando qualcosa di non facilmente comprensibile, visto che nella moderna Arte della Spada giapponese – I-AI – il combattimento è mimico e quindi non si uccide nessuno, o, per essere più precisi, non si uccide alcun avversario in carne e ossa e quindi sia altro dal praticante. Piuttosto, sakki è da intendersi sub specie interioritatis, riferendosi all bellum intestinum o combattimento interiore in cui a morire dovrebbe essere lo shoga, cioè il piccolo io, l’ego quale groviglio di fissazioni mentali che usurpa il posto dell’io puro e quindi veramente libero da ogni condizionamento.

 

Anche PER il KENDO il discorso non cambia in quanto il combattimento è, come si dice oggi, “in sicurezza”: tanto la spada non tagliente ma di bambù quanto i punti obbligatori e protetti da colpire sono totalmente estranei ad un combattimento reale in cui l’errore può costare la vita o almeno una grave menomazione. Il fatto che nelle moderne Vie marziali l’errore può essere ripetuto e corretto senza alcuna conseguenza per la vita dovrebbe far riflettere profondamente il praticante e proteggerlo da una certa disinvoltura con cui prende in mano la “spada” e conduce allenamenti e cimenti. Né qualcuno potrà sostenere seriamente che lo stress agonistico o da esame possa costituirsi quale surrogato della trance guerriera e del furore richiesto da un combattimento reale.

Pertanto, dimenticare che la spada è un’arma, e che, particolare importantissimo, dietro le tecniche che gli vengono insegnate c’è una lunga storia di sangue e di morte, oltre ad un immenso patrimonio di cultura e di culto, condurrà il praticante ad esercitare una disciplina “diluita” se non addirittura falsificata poiché facilmente ridotta a due aspetti di infima importanza che, oltretutto, facilitano l’alimentazione dell’ego: l’avanzamento di grado con annesso aumento del prestigio personale e l’agonismo sportivo. Per questo riteniamo che un momento d’importanza capitale sia quello del

 

katana wo sasu

infilare la spada (nella cintura: obi),

 

atto che simbolicamente viene detto “indossare la spada”, a significare che essa diviene parte integrante del praticante con tutto quel che ciò comporta secondo quanto abbiamo esposto sopra. In breve, “indossare la spada” vuol dire, almeno virtualmente, essere un guerriero (!), quindi un uomo forte e gentile che ha realizzato, o s’impegna a realizzare, ki-tai-ken: l’integrazione spirito (ki)-corpo (tai)-spada(ken).

L’Arte della Spada giapponese propone dunque al praticante la trasfigurazione del gesto bellico in gesto artistico, e perciò la tramutante mitigazione dell’infuocato e travolgente spirito marziale, bushin, in uno stabilità imperante e armoniosa, fudoshin, trattandosi perciò di un vero e proprio processo ascetico che per una mente occidentale moderna pone l’enigma della conciliazione fra le nature diverse ma anche complementari dei due gesti, bellico e artistico, ed ammesso, è da ribadire, che nei precordi del praticante alberghi lo spirito del bushi.

Il paradosso del guerriero quale uomo di pace, nel quale albergano Marte e Arte, ossia fuoco distruttore e calore creatore, va quindi sempre tenuto presente dal moderno praticante onde non deviare dalla retta pratica che consiste nell’imparare a sguainare efficacemente la spada per maturare seishinryoku, l’autorità interiore che per il suo irradiare rende superfluo lo sguainarla, e ciò per la coesistenza del jutsu (la tecnica) e del Dō (la Via). Si tratta insomma della

 

«satsujinken katsujinken»

«la spada che dà la morte tramuta nella spada che dà la vita».

Yagyu Munenori, Heihô Kadenshô

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