Van Gogh e l’arte giapponese

Studiando l’arte giapponese, si vede un uomo indiscutibilmente saggio, filosofo, che passa il suo tempo a far che? A studiare la distanza fra la terra e la luna? No, a studiare la politica di Bismarck? No, a studiare un unico filo d’erba.

Ma quest’unico filo d’erba lo conduce a disegnare tutte le piante, e poi le stagioni, e le grandi vie del paesaggio, e infine gli animali, e poi la figura umana. Così passa la sua vita e la sua vita è troppo breve per arrivare a tutto.

Ma insomma, non è quasi una vera religione quella che ci insegnano questi giapponesi così semplici e che vivono in mezzo alla natura come se fossero essi stessi dei fiori? E non è possibile studiare l’arte giapponese, credo, senza diventare più gai e felici, e senza tornare alla nostra natura nonostante la nostra educazione e il nostro lavoro nel mondo della convenzione.

Invidio ai giapponesi l’estrema nitidezza che tutte le cose hanno presso di loro. Nulla vi è mai noioso, né mi sembra mai fatto troppo in fretta. Il loro lavoro è semplice come respirare: essi fanno una figura mediante pochi tratti sicuri, con la stessa disinvoltura come se si trattasse di una cosa semplice quanto abbottonarsi il panciotto.

Gli artisti giapponesi praticano spesso degli scambi. Ciò prova che essi si apprezzano e tengono molto l’uno all’altro e che fra essi regna una certa armonia; e che vivevano proprio in una specie di confraternita e non in mezzo agli intrighi. Più cercheremo di somigliare a loro sotto questo aspetto, e meglio ci troveremo. Pare che i giapponesi guadagnassero molto poco e che vivessero come semplici operai.

Vincent Van Gogh