A cavallo con i poeti

da ilsole24ore.com/art

IN GIAPPONE,

CERCANDO SILENZI E GRANDE BELLEZZA

Il disegnatore Igort viaggia sulle tracce di Bashō e Hokusai per immortalare ryokan e terme, fantasmi e solitudini e trovare l’assenza che è essenza.

di Maria Luisa Colledani – 11 maggio 2026

In questi tempi confusi e assordanti, benedetto più che mai è il silenzio. Che respira profondo nelle pagine di A cavallo con i poeti (Einaudi), che Igort (Igor Tuveri) dedica al Giappone, a partire dall’haiku di Matsuo Bashō «Silenzio / penetra nella roccia / il canto delle cicale». Lo scrittore e disegnatore, arrivato giovanissimo in Oriente attratto dai manga e dalla casa editrice Kōdansha, omaggia la sua seconda patria con un viaggio che è parola, disegno e contemplazione sulle tracce del cammino che Bashō compì nel 1689, nel nord del Paese, e poi, verso sud, inseguendo un altro maestro, il «vecchio pazzo per la pittura» Hokusai, per contemplare le mille e una faccia del sacro monte Fuji e, nel suo apparire e scomparire, e trovare meraviglia e pace.

Bashō                     Hokusai

Igort si mette in viaggio in una natura che è presenza viva e autonoma e accoglie anche la pratica zen. È un itinerario nell’assenza in compagnia di un amico fotografo: «se vuoi comprendere qualcosa che non conosci, occorre fare il vuoto, lasciarsi essere, consentirsi di vivere le esperienze».

L’assenza diventa essenza, così i tempi dilatati lasciano spazio per reimparare a camminare, respirare, vedere, pensare. Insomma, a esistere. Il Nord è maestoso, tra foreste e montagne imponenti attraversate dai pellegrini, ci sono piccole città fantasma, le solitudini della provincia, i boschi di bambù, la collina delle gru, le tre montagne sacre, e poi locande, ryokan, le terme Abe. Insomma, il Giappone remoto, così agli antipodi con la modernità, in cui perdersi per ritrovarsi. Le pagine fluttuano tra pensieri alti e i disegni che hanno il riverbero degli acquerelli: «mi intrigava l’arbitrarietà dell’acqua che si depositava come meglio le piaceva sulle carte di diverso spessore e tipo. Il disegno ad acquerello era una danza, fatta di inviti, spunti e una specie di libertà un po’ anarchica che depositava il colore secondo differenti livelli di assorbenza».

Così, dopo 1.500 chilometri verso l’Hokkaido, Igort punta a sud, inseguendo il Fuji e Hokusai, posseduto da quella febbre che alimenta, attraverso inchiostri e pennelli, il fuoco dello scoprire e il senso profondo dell’essere. L’artista della Grande Onda era un eccentrico, disegnava spesso per strada, con acrobazie da funambolo (una scopa al posto del pennello e un foglio di dimensioni giganti), per stupire e interessare clienti ed editori. Era un viandante che trovò nel Fuji la sua felice ossessione, fino a ritrarlo più di cento volte. Ogni angolatura diversa è vita e meraviglia dato che «la bellezza è asimmetrica perché la natura lo è. E la natura è bella perché imperfetta, fragile come la vita, che è impermanente, incompleta». E cerca briciole per anelare al tutto.

«La bellezza è asimmetrica perché la natura lo è. E la natura è bella perché imperfetta, fragile come la vita, che è impermanente, incompleta».

L’asimmetria della natura rivela l’asimmetria della bellezza, e se la Verità in Sé è bellezza, allora anch’Essa è asimmetrica. Il Fuji è simbolo della Verità che Hokusai ritrae in più di cento modi: è uno e sempre lo stesso, come la Verità è una e sempre la stessa, e tuttavia è come un diamante con più di cento sfaccettature. Non per nulla “diamante” significa indomabile, perciò impossibile da cogliere nella sua totalità.

Igort, Bashō a cavallo

Dall’immagine ad opera di Igort promana e attrae una sfumatura  contemplativa ricca di delicatezza d’animo, quiete e bellezza”.

Brevemente dettagliando:

cavallo e cavaliere mostrano un atteggiamento calmo, rilassato: né il cavallo è lanciato in uno sfrenato galoppo per lanciarsi contro chissà che o chissà chi, né il cavaliere è agitato da chissà quali ansiosi pensieri. Entrambi avanzano lentamente, senza fretta, con calma; il paesaggio che attraversano è spoglio ma non del tutto poiché vi crescono dei ciuffi d’erba: forse indicano la ricchezza del poco, del solo necessario. Come bagaglio figurano il Sole e la Lanterna, simboli di Luce: il primo in quanto Verità, la seconda come possibilità umana di fruirne.