Ma

«Nella scrittura giapponese, MA è espresso dall’ideogramma kan, composto dal radicale della porta con all’interno  il sole – anticamente era la luna, che traluce tra le ante di una finestra (l’antico carattere con la luna ha assunto il significato di svago, quiete: yan).

MA è una parola presente nella lingua giapponese in innumerevoli espressioni, colloquiali e specialistiche. MA non è “qualcosa”, definisce piuttosto un’entità “fra”: un tempo fra due eventi, uno spazio fra cose, la relazione fra due persone o anche fra due momenti diversi nell’attitudine di un stesso soggetto, nella vita quotidiana, nelle Arti marziali e nel teatro. In MA risiede la peculiarità, la possibilità stessa della raffinata sensibilità estetica giapponese».

(Luciana Galliano, MA – La sensibilità estetica giapponese).

 

Zeami Motokiyo (c. 1363 – c. 1443), il maggior teorico  e autore che ha contribuito alla creazione del teatro Nō, scrive nel trattato Kakyō (Specchio del fiore):

 

«“È nella non interpretazione che è interessante”. Si ha qui una disposizione mentale  che è il segreto dell’attore. […] I diversi generi di mimesi sono, senza eccezione, tecniche che mettono in azione il corpo. Ciò che io chiamo non interpretazione è l’intervallo [che li separa]. Se esaminiamo le ragioni dell’interesse di questi intervalli di non-interpretazione, constatiamo che si tratta di una disposizione con la quale [l’attore] assicura, senza il minimo rilassamento, la coesione mentale [della sua recitazione]. È una concentrazione della mente che fa sì che, nel momento in cui cessate di danzare, nell’istante in cui cessate di cantare, o in qualunque altra circostanza, durante una pausa nel testo o nella mimesi, voi restiate all’erta, conservando tutta l’attenzione. L’emozione [creata da] questa concentrazione della mente, esalandosi fuori di voi, costituisce l’interesse».

 

Nel teatro Nō i passi, le azioni, il ritmo, il respiro, i moti interiori e la tensione hanno una particolare corrispondenza con il portamento e il movimento inerenti alla pratica lo Iai.

I “diversi generi di mimesi” di cui parla Zeami comprendono indubbiamente lo Iai, l’Arte della Spada nella quale il praticante/attore mima (diciamo mima e non imita, dacché, come si vedrà più oltre, altro è imitare e altro è mimare) un combattimento contro un avversario invisibile (kasoteki). L’intervallo della “non interpretazione” è appunto MA (parola che peraltro Zeami non scrive mai nelle sue opere): intervallo che nel kata, ovvero nella mimica del combattimento, interrompe e insieme unisce, in esso concludendosi un movimento/gesto ed iniziando il movimento/gesto successivo, in tale pausa richiedendosi il “restare all’erta, conservando tutta l’attenzione”. Nel kata Mae, per esempio, i MA sono in numero di nove, o dieci se si considera anche jikansa, la brevissima pausa che precede il taglio e che in kanji è scritta 時間, con al centro l’ideogramma kan indicante appunto MA. Notiamo inoltre di passaggio come MA costituisca l‘essenza di jo-ha-kyu, ovvero la struttura formale che prevede una introduzione (jo), uno sviluppo (ha) ed una conclusione (kyu), agli inizi teorizzata nella struttura di gagaku, la musica di corte, ed in seguito adottata da tutte le arti giapponesi.

La stretta parentela fra e Iai risulta chiara dall’assai significativo brano che segue, tratto da Kitayama Juniū,  Lo stile eroico – l’eroismo in Giappone.

«Alla corte del reggente imperiale (Shōgun) Tokugawa Iemitsu venne una volta organizzata una rappresentazione Nō; vi venne invitato anche il maestro di scherma di corte Yagiû Munenori (1570-1646), uno dei maggiori esperti di scherma. Voltandosi, Iemitsu disse a Munenori: “Fai un po’ attenzione ai movimenti di Kanze Sakon, che reciterà ora. Se trovi in lui un vuoto in cui potresti penetrare con un colpo di spada, dimmelo”. Una volta terminata la rappresentazione, Iemitsu chiese come fosse andata. Munenori disse: “Ho osservato attentamente fin dall’inizio. Ma non ho trovato alcun vuoto nel suo portamento. Al massimo lo si sarebbe potuto colpire nel momento in cui prendeva posto all’angolo della colonna del ministro. Là ha mostrato un piccolo vuoto. Una volta dietro le quinte, l’attore Kanze Sakon chiese ai suoi: “Chi era quello che sedeva accanto allo Shōgun e osservava con tanta attenzione la mia recita?”. Gli risposero che era Yagiû Munenori. Dopo di che Kanze Sakon disse pieno d’ammirazione: “È per questo allora! Quando nel corso della danza mi sono un po’ rilassato in un angolo, egli sorrideva. È un vero esperto di scherma!».

Breve inciso: l’attore “pieno di ammirazione” per la perspicacia del maestro di spada e quest’ultimo che signorilmente “sorrideva” per la piccolissima defaillance del primo: non si tratta forse di un delizioso scampolo di rei?

Ma ora riveste un indubbio interesse considerare come il medesimo evento, arricchito di un importante particolare, sia raccontato da Paul Claudel (1868-1955), diplomatico in Giappone dal 1921 al 1927 e conosciuto  dal popolo giapponese come Shijin Taishi, il diplomatico-poeta, nell’aurea sua opera L’uccello nero del Sol Levante.

«Un tempo gli attori del nō erano considerati alla pari dei samurai e la loro scuola alla pari di quella di cavalleria. Si racconta che uno shogun aveva dato ordine al suo maestro di scherma di sorvegliare uno dei suoi attori mentre recitava e di scegliere il momento in cui si trovasse in difetto per attaccarlo. Lo schermitore ritornò dicendo che l’attore non gli aveva dato possibilità di appiglio neppure per un momento, salvo un solo secondo quando guardava per terra. Lo shogun fece venire l’attore e gli chiese se mentre recitava non avesse avuto qualche distrazione. L’attore confessò che in un momento in cui si doveva ritenere che guardasse dentro una sorgente, aveva scorto un pezzetto di carta che non avrebbe dovuto esserci. Allora si era spezzato il cerchio magico che lo proteggeva, l’atmosfera di finzione che gli serviva da armatura».

La distrazione causata da un pezzetto di carta! Lo spezzarsi del protettivo “cerchio magico”; dell’ “armatura” costituita dall’ “atmosfera di finzione”! Davvero teatro Nō e Iai sono fu-ni (non due)!

Per concludere, ribadiamo il punto focale:

«Nel momento in cui cessate (MA) di danzare, nell’istante in cui cessate (MA) di cantare, o in qualunque altra circostanza, durante una pausa (MA) nel testo o nella mimesi, restate all’erta conservando tutta l’attenzione. È nella non interpretazione che è interessante».

 

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