Il periodo Ashikaga

«Il periodo Ashikaga (1400-1600) prende il nome da un ramo della famiglia Minamoto che succedette allo Shogunato dopo la prevalenza del clan dei Taira. In esso risuona la nota autentica dell’arte moderna, il romanticismo in senso letterario, essendo una naturale conseguenza del culto degli eroi dell’era Kamakura (1200-1400) […]

 

L’arte giapponese dei maestri Ashikaga […] si era attenuta fermamente all’ideale romantico orientale, vale a dire all’espressione dello Spirito come massimo sforzo artistico. Da noi questa spiritualità […] era concepita come l’essenza, la vita delle cose, un ardente fuoco interiore. La bellezza era il principio vitale che pervade l’universo, che brilla nello scintillio delle stelle, nello splendore dei fiori, nel moto di una nuvola passeggera o nei movimenti dell’acqua che scorre. La grande anima del mondo permeava ugualmente gli uomini e la natura, e nella contemplazione della vita naturale si espandeva davanti a noi; nei meravigliosi fenomeni della vita si trovava lo specchio in cui potava riflettersi la mente dell’artista […]

 

L’ideale Ashikaga deve le sue origini alla setta buddista Zen, che prevalse  durante il periodo Kamakura. Lo Zen, dalla parola “Dhyan”, che significa “meditazione nella quiete suprema”, fu introdotto in Cina da Bodhidharma, un principe indiano che vi era giunto come monaco nel 520 […]

 

L’idea della conquista fu completamente orientalizzata, passando da ciò che è esterno a ciò che è interno all’uomo stesso.

 

Non usare la spada, ma essere la spada,

puro, sereno, immobile, sempre orientato verso la stella polare,

 

era l’ideale del cavaliere Ashikaga. Tutto era ricercato nell’anima, come un modo per liberare il pensiero dai ceppi in cui tutte le forme di conoscenza tendevano a imprigionarlo […] Le parole erano considerate un intralcio al pensiero e le dottrine zen venivano espresse in frasi concise e potenti metafore, con grande svilimento del linguaggio elaborato dai letterati cinesi.

Per i pensatori zen l’anima umana era in sé la Buddhità, in cui l’universale, manifestato nel particolare, risplendeva di quella gloria originale andata perduta nella lunga notte dell’ignoranza e della sedicente conoscenza umana. Liberando il pensiero dai vincoli delle categorie fraintese, si poteva ottenere la vera Illuminazione.

 

Perciò il loro addestramento si basava sui metodi di quell’autocontrollo che è l’essenza della vera libertà. Le menti umane, illuse, brancolavano nel buio, perché avevano confuso l’attributo con la sostanza. Anche l’insegnamento religioso era fuorviante, in quanto presentava le apparenze come realtà. Questo concetto era spesso illustrato  dall’immagine della scimmia che tenta di afferrare il riflesso della luna sull’acqua; ogni sforzo per catturare l’immagine argentea non può che increspare la superficie riflettente, e finire non solo con la distruzione della luna fantasma, ma anche di se stessi. I sutra complessi delle cosiddette 84.000 porte della Conoscenza erano come chiacchiere insignificanti di studiosi scimmieschi.

 

La libertà, una volta ottenuta, lasciava a tutti gli uomini la possibilità di immergersi e gloriarsi nelle bellezze dell’universo. Erano tutt’uno con la natura, di cui sentivano il battito dentro di sé, il cui respiro sentivano di inalare ed esalare in unione con il grande spirito del mondo. La vita era ad un tempo microcosmica e macrocosmica. La vita e la morte erano entrambe solo una fase della vita universale […]

 

Per il pensiero zen […] il corpo è un recipiente di cristallo, attraverso il quale deve risplendere l’arcobaleno della Grande Esistenza. La mente è come un grande lago, limpido in profondità, che riflette le nuvole che vi passano sopra, talvolta agitato dai venti che lo fanno schiumare e infuriare, ma che poi ritorna alla calma originale, senza mai perdere la propria purezza, o la propria natura. Il mondo è pieno del pathos di un’esistenza che tuttavia è solo accidentale, e occorre combattere e lottare con serenità e imperturbabilità, come andando a una festa di nozze […]

 

L’aristocrazia Ashikaga, a suo modo squisita, passò – come gli antenati Fujiwara – dal concetto di lusso a quello di raffinatezza […] La bellezza, dicevano, cioè la vita delle cose, è sempre più profonda se celata all’interno e non espressa esteriormente, così come la vita dell’universo continua a pulsare sotto le apparenze accidentali. Non mostrare, ma suggerire, è il segreto dell’infinito. La perfezione, come la maturità, non sa colpire, perché pone un limite alla crescita.

 

Così, per esempio, amavano ornare una scatola da inchiostro con una laccatura semplice all’esterno e con preziose dorature nelle parti nascoste. La stanza da tè era decorata da un solo dipinto, o da un semplice vaso di fiori, per trasmettere unità e concentrazione, e tutte le ricchezze delle collezioni dei daimyo si conservavano nella casa del tesoro, da cui di volta in volta si prendeva un esemplare per soddisfare l’impulso estetico. Ancora oggi i Giapponesi indossano gli indumenti più costosi sotto i vestiti, così come i samurai erano orgogliosi di portare spade dalle lame meravigliose dentro foderi senza pretese. La legge del mutamento che è il filo conduttore della vita è anche la legge della bellezza […] ».

 

Okakura Kakuzo, LO SPIRITO DELL’ARTE GIAPPONESE.

 

 

Mon degli Ashikaga

 

Di particolare interesse risultano gli ultimi due brani della citazione. Infatti, secondo il puro spirito nipponico ciò che è dentro, che pulsa sotto, celato all’interno, è indicato dal termine ura, mentre ciò che è fuori, che è sopra, che si mostra all’esterno è indicato con omote (maschera in giapponese  si dice infatti omote).

Omote      Ura

Ura è il “rovescio”, l’infinito, il sovraformale, l’universale, l’invisibile, lo spirito, il Ri; mentre omote è il “dritto”, il finito, il formale, il particolare, il visibile, la tecnica, il Ji. Ed è appena il caso di precisare come all’integrità equilibrata di ura-omote corrisponda quella di unione (ichi) di spirito e tecnica: Ji-Ri-Ichi.

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