Un grosso equivoco

Cosa accadrebbe a due praticanti di kendo se un attimo prima dell’inizio di una competizione, la spada di bambù venisse sostituita da una spada vera? E cosa accadrebbe a un praticante di iaido se l’avversario immaginario venisse sostituito da un avversario in carne e ossa anch’esso munito di una spada vera?

Sono domande scomode e per questo utili. La risposta più immediata sarebbe data dai praticanti stessi che vedrebbero sparire immediatamente l’entusiasmo con cui si accingevano a “combattere”, ed è certo che non si assisterebbe ad alcun “combattimento”.

Sono domande scomode ma utili perché ne va della concezione e della pratica del kendo e dello iaido che è venuta formandosi attraverso gli anni soprattutto nella mentalità occidentale. Indubbiamente la spada è un’arma, uno strumento bellico, e come tale può uccidere o ferire gravemente, e quindi, altrettanto indubbiamente, è legata al sangue e alla morte. Di conseguenza, occorre riconoscere onestamente che usare la spada per fini diversi da un combattimento in cui è in gioco la vita o la morte significa compiere un atto del tutto fuori luogo e mistificatore.

Infatti, non sarà necessario insistere sul fatto che mentre l’addestramento guerriero aveva prima o poi un riscontro pratico sul terreno di combattimento o sul campo di battaglia, ove aleggiava la morte, nel moderno addestramento, già di per se condotto “in sicurezza”, tale riscontro  manca poiché il grande maestro, il Pericolo, è regolarmente assente.  Spada e Pericolo: binomio inscindibile che nei moderni kendo e iaido è stato infranto.

Nessuno, si spera, vorrà insistere sull’equivalenza fra lo stress agonistico o  da esame e la trance guerriera, poiché mentre l’errore durante la gara o l’esame è riparabile e con tutto il tempo che occorre, l’errore in un combattimento reale può essere  fatale e costare immediatamente la vita o una grave menomazione. Dal che ne consegue che “lo spirito dei samurai” che si pretende di far rivivere col kendo e lo iaido moderni costituisce una vera e propria assurdità prima che un’illusione folcloristica, l’abisso che separa il samurai dal moderno praticante di spada essendo incolmabile.

Alla luce di quanto osservato, occorre chiedersi che effetto ha prodotto nella mentalità occidentale il passaggio dal jutsu al do, ovvero da arti marziali a vie marziali. Ciò che non può essere negato è quella che noi definiamo ESAUTORAZIONE DELLA SPADA: da strumento bellico secondo la sua natura e quale mezzo di formazione guerriera essa è stata declassata a strumento di pacifica educazione e quindi con l’eliminazione dall’aspetto cruento. E qui i conti non tornano; qui sorge il grosso equivoco della pacifica educazione attraverso un’arma e relative tecniche. Ci chiediamo: perché con la spada, dal momento che la medesima educazione può essere perseguita con numerosi altri metodi e strumenti non bellici?

Il Budo Kensho (Statuto del Budo) così esordisce:

«Il Budo è una forma di cultura giapponese che, originata dallo spirito guerriero dell’antico Giappone, attraverso una lunga trasformazione storica e culturale si è evoluta da Jutsu (tecnica di combattimento) a Do (Via – percorso di sviluppo della persona)».

Dunque il Budo origina dallo “spirito guerriero”, ciò essendo ribadito anche nell’articolo 1:

«Il Budo, che trae origine dalle tecniche guerriere, attraverso l’allenamento di mente e corpo ha oggi come obbiettivo il miglioramento del carattere, l’elevazione delle capacità di discernimento e la formazione di individui qualitativamente migliori».

Ora, ci domandiamo, “spirito guerriero” e “tecniche guerriere” sono soltanto all’origine del Budo e quindi non hanno un reale seguito in esso data l’esautorazione della spada rispetto alla sua connaturata funzione guerriera? La risposta non può che essere affermativa dal momento che l’addestramento nel dojo non ha riscontro in un vero combattimento, rimanendo fine a se stesso, popolare, democratico, aperto a chiunque “piace” la spada, senza il riscontro di una prova del fuoco, cioè di  un vero combattimento comportante il rischio di morire, che, invece, è di pertinenza di un’elite. Potremmo dire che il moderno addestramento nel dojo, unitamente a dimostrazioni, esami e gare, equivale alle prove che si fanno in teatro senza che mai lo spettacolo vada in scena davanti al pubblico.

Di qui la pratica del kendo e dello iaido da parte di persone che di guerriero non hanno nulla e che potrebbero benissimo perseguire il miglioramento di sé attraverso altre discipline. E infatti che senso ha l’uso di un’arma da parte di chi non è un guerriero? Non si tratta di un grosso equivoco? E non sarà il caso che il praticante di kendo e iaido sia consapevole che, in fondo, con la spada ci sta giocando? Ovviamente si tratta di un gioco serio, ma che nulla ha a che vedere con lo “spirito guerriero”, restando lo spirito del samurai anni luce oltre le possibilità del moderno spadaccino.

Riteniamo di concludere con un brano che toglie qualsiasi dubbio circa l’aspetto giocoso e protetto, quindi tutt’altro che guerriero, del kendo e dello iaido moderni.

«Non importa chi è il tuo avversario; sia egli un santo o un nobile, non pensare a lui in quella veste. Quando l’affronti, abbattilo con un solo colpo e non pensare a nient’altro. Pensa al dojo come a un retroscena e al retroscena come a un vero combattimento. Certi allievi pensano che sia sufficiente far bene nel dojo. È uno sbaglio. In un vero duello non hai una seconda occasione per rimediare ai tuoi errori». (Matsura Seizan, Iyoseishi Kendan – XVIII secolo).

 

Statua di Matsura Seizan in Hirado, nei pressi di Nagasaki

 

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