La mente del Kata

Per quanto ce lo permette la nostra esperienza, affermiamo che il kata di spada ha come obiettivo la realizzazione della mente non-duale, ossia, come si vedrà più avanti, della Mente Originaria. Realizzazione che, occorre evidenziare, esige il troncamento dell’ego discriminante tra per-me e non-per-me, cioè del piccolo io auto-referenziale che sussiste esclusivamente – ed affannosamente – in termini di acquisizione o perdita, convenienza o sconvenienza, gradimento o sgradimento, successo o insuccesso: dualismo la cui radice risiede in SHOJI NO MAYOI: l’errore-illusione (MAYOI) di vita e morte (SHOJI). E infatti, un’attenta ed onesta osservazione di sé (HANSEI) può far venire allo scoperto come per l’ego o piccolo io (SHOGA) ogni acquisizione, convenienza, gradimento e successo confermino una sua “soddisfazione” e quindi un motivo di vita, mentre ogni perdita, sconvenienza, sgradimento ed insuccesso rappresentino una sua “insoddisfazione” e quindi un motivo di morte. Ossia: nella soddisfazione lo SHOGA vede la propria vitale affermazione, mentre nell’insoddisfazione vede la propria mortale negazione.

 

 

La mente duale e autoreferenziale, in una parola l’ego, adotta il sistema numerico binario che è proprio dell’elaboratore (aborriamo l’inglese “computer”), che  utilizza di solito soltanto lo 0 e l’1 invece delle dieci cifre utilizzate dal sistema numerico decimale. Il per-me corrisponde allo 0 mentre il non-per-me corrisponde all’1. Ecco perciò che il comportamento della persona egocentrica è ridotto ad un automatismo istintivo, cieco, inconsapevole e quindi fuori del controllo della volontà.

 

 

Nell’insegnamento di Takuan Soho, la mente duale è chiamata MOSHIN: mente ghiaccio, o, anche, mente confusa, mentre la mente non duale è chiamata HONSHIN:  mente acqua, o, anche, Mente Originaria o Volto Originario. La mente ghiaccio o mente confusa è quella che si ferma, cioè si ghiaccia soddisfatta o insoddisfatta nel calcolo dualistico di acquisizione o perdita, convenienza o sconvenienza, gradimento o sgradimento, successo o insuccesso, mentre la mente acqua o Mente Originaria fluisce fra gli opposti (fra lo 0 e l’1) senza mai fermarsi e pertanto ha la capacità di adattarsi ad ogni situazione quale che essa sia, nel trascendimento di ogni dualismo, ciò essendo espresso dal motto dell’Arte della Spada: TSUNE NI ITE KYU NI AWASU, ossia essere sempre presenti ed adattarsi all’improvviso (ad ogni circostanza).

 

 

Forse si può dire che la mente confusa è la mente periferica, ignorante, grippata e agitata senza requie dalla varietà delle contingenze che essa, attaccandovisi, reputa pro o contro (0 o 1), mentre la Mente Originaria è la mente centrale, sapiente, assolutamente incondizionata e quindi libera da ogni risultato contingente favorevole o sfavorevole che sia. Alla mente confusa è proprio il movimento (UNDO), alla Mente Originaria è propria l’imperturbabilità-immobilità (FUDO). Fermo rimanendo che si tratta della medesima e unica mente!

«La mente è spesso paragonata ad uno specchio, ma la mente e lo specchio differiscono per il fatto che mentre lo specchio, come l’acqua, non s’attacca alle cose  che riflette, la mente può essere catturata dalle cose. Quando le nostre menti sono catturate dalle cose, perdiamo noi stessi. O, viceversa, poiché abbiamo perduto noi stessi, le nostre menti sono manipolate dagli oggetti. Ed è perciò che Takuan afferma che l’ignoranza è la mente che si è lasciata fermare» (Omori Sogen, Commento al Fudochi-Shinmyoroku – La saggezza immutabile – di Takuan Soho).

Il brano citato costituisce un prezioso spunto di autoverifica per chi voglia davvero indagare se stesso ed accorgersi della mente catturata, manipolata, ghiacciata ora da ciò che c’è da acquisire ora da ciò che c’è da perdere, ora da ciò che è gradito ora da ciò che è sgradito, ora dal per-me ora dal non-per-me, ora dallo 0 ora dall’1. Il tutto tenendo presente che il termine “oggetti” di cui nel brano, comprende tanto gli oggetti fisici quanto le idee fisse costituenti l’impalcatura mentale quale struttura solida di cui s’avvale l’ego per poter sussistere.

Riteniamo di dover sottolineare come all’impalcatura mentale delle idee fisse corrispondano gli “occhiali” attraverso i quali ognuno, ignorante o colto che sia, osserva e cataloga il mondo, ciò riflettendosi nel rapportarsi agli altri, alle situazioni e alle cose. Ogni idea, nobile o ignobile che sia, è una lesione deformante dello specchio mentale, una colorazione particolare e quindi falsa del mondo dalla quale solo il Saggio è immune, essendo la sua mente come uno specchio vuoto, piano e incolore.

 

I Kendo no kata aiutano a comprendere e realizzare quanto sopra. Quando Uchidachi, la spada che attacca, “domanda” Iah!, Shidachi, la spada che contrattacca, la Spada giapponese non concependo la sola e poco onorevole difesa, cioè la sola parata, deviazione o schivata, immediatamente e adeguatamente “risponde” Toh! senza ghiacciarsi (MOSHIN) nel disquisire sul modo in cui Uchidachi ha posto la domanda o sull’esito dello scambio; ghiacciamento che, lo diciamo di passaggio, in un vero combattimento può risultare  pericoloso e addirittura letale. Iah!/Toh! sono entrambe  espressioni della mente non duale (HONSHIN), cioè della Mente Originaria, talché si può dire, con enfasi poetica (e quindi vera!): al Buddha che “domanda” Iah! il Buddha “risponde” Toh! Il Buddha è uno, la mente è una, Uchidachi e Shidachi sono uno, cioè non-due (FUNI).

 

 

Allo stesso modo nello Iai, per esempio in Ukenagashi,  l’adeguamento HONSHIN all’attacco esclude in modo categorico qualsiasi disquisizione MOSHIN, esigendo pertanto la pura e continua consapevolezza (KI NO EN) unitamente alla continuità della tecnica (WAZA NO EN). L’azione pura è libera dal pensiero discriminante e quindi dalla preoccupazione per qualunque esito: la spada che attacca e la spada che contrattacca essendo vuote, si uniscono nel non-due, cioè in HONSHIN o Mente Originaria, con trascendimento dell’ego e quindi  del per-me e del  non-per-me.

Osserviamo attentamente le due figure qui sopra: cosa c’è di mezzo?  C’è forse un desiderio, un’aspettativa, un intervallo, un giudizio, un affermarsi del proprio pensiero e della volontà propria? No. C’è il Vuoto (KU). Guardiamo bene: due spade ma nessuna “testa”. Nessun oggetto e nessun soggetto. Nessuna discriminazione. Nessuna interruzione (SUKI). Né me né non-me. Né Uchidachi ne Shidachi. Né Anziano né Giovane. Simultaneamente, nell’attimo del contatto decisivo ed irripetibile (AIUCHI) né vinto né vincitore: tutto è assunto nel lampeggio magico dell’Uno, nell’attimo ineffabile dell’Assenza unificante di “io” e “tu”,  il “di più” essendo un orpello di cui né la vita né la morte sanno che farsene. Quindi ciò che conta è il gesto puro, non duale, vuoto. Spade vuote, non agitate dal piccolo io attaccato al risultato. L’essere indiviso. Coincidenza di gesto e essere. Armonia totale. Oltre la vita e la morte. La radice di SHOJII NON MAYOI recisa. Il tutto, naturalmente, facile a dirsi, ma da tentarsi con tutte le proprie forze.

 

 

Prima di concludere, un’ultima notazione: ogni singolo kata del Kendo no kata (come anche dello Iai) reca un messaggio assai chiaro: quello di ICHI-GO ICHI-E: una sola volta un solo incontro, cioè l’unica occasione senza possibilità di replica, che, ancora una volta, implica il superamento della mente duale.

 

 

Nel kata di Kendo, Iah!/Toh! costituisce l’unica “domanda”/“risposta” che non prevede ulteriori “disquisizioni” o “correzioni” (come si dice: la prima risposta è quella che conta!), ciò che ci spinge a proporre il risolversi dell’incontro di Kendo al primo ippon proprio come nei Kendo no kata (e nello Iai), in ossequio allo spirito della spada e quindi al KEIKO, termine molto denso di significato implicante la considerazione ed il rispetto per le cose antiche, da cui la necessità di tenere sempre presente gli insegnamenti degli Spadaccini antichi i quali hanno sperimentato il combattimento reale con spade vere, per non dire della striscia di sangue e di morte che ha segnato i loro combattimenti, striscia indelebile per colui che impugna degnamente la Spada giapponese.

Forgiare la Mente del Kata (la Mente-Spada) nel Dojo è imprescindibile ma non basta. È nel mondo che può aversi il riscontro di una retta forgiatura nella fucina del dojo. Fuor della metafora: è fuori delle condizioni ideali della disciplina in dojo , cioè nel mondo, in cui le condizioni raramente o forse mai sono ideali, che il comportamento del praticante viene messo alla prova per l’auspicabile manifestarsi della Mente Originaria. O, come la chiama Takuan, della Spada Tai-A.

 

 

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