Shoshin

«Il vero segreto dell’apprendimento è avere sempre una mente  da principiante perché nella mente di un principiante ci sono molte  possibilità, nella mente di un esperto, poche».

Suzuki Shunryu, Mente zen, mente di principiante.

Occorrono molti anni di Pratica per (iniziare a) comprendere con tutto se stessi, quindi a sentire anche con il corpo, cosa voglia dire shoshin, mente di principiante. Si ribadisce: comprendere con tutto se stessi. La comprensione concettuale, cioè con la sola testa, può non risultare difficile ma in ogni caso resta inesorabilmente limitata. Con l’espressione concettuale “mente di principiante” il maestro zen Suzuki indica ciò che la mente empirica, oberata da una miriade di altri concetti, non può afferrare, e che per di più costituisce un pericolo se la sua comprensione intellettuale è ritenuta un punto d’arrivo. Invece, la comprensione della testa che pensa “ho capito” non è che un trampolino di lancio per la comprensione totale e quindi effettiva.

Quindi, quella che conta è la comprensione totale, con tutto il corpo,  che richiede un lungo addestramento nell’arte del lasciare la presa(shinjin datsuraku), riguardante in primo luogo la testa, ovvero il mondo indefinitamente variegato – e alla lunga ingombrante – dei  concetti; arte che coinvolge tutto il corpo, il quale, grazie al lasciare la presa della mente, anch’esso si rilassa acquistando vigore, scioltezza e leggerezza, e venendo inondato, per così dire, dall’aura di novità per la quale lo spirito della ripetitività monotona e del “dèjà vu”è esorcizzato.

È soltanto con il corpo intero che ci si può sentire costantemente insipienti e inadeguati, ognora sul punto di scoprire qualcosa di nuovo che rende ininterrottamente superato il già acquisito  con la mente (concetti e parole) e con il corpo (posture e gesti); è soltanto con il corpo intero che ci si può sentire ognora sulla soglia in cui il Nuovo lascia immediatamente spazio al Nuovo, giacché per sua natura il Nuovo non resta mai ad invecchiare ingombrando la soglia.

Il nuovo delle parole e dei gesti non può trovarsi nella forma e quindi nella finitezza delle parole e dei gesti bensì nell’infinito del vuoto da cui incessantemente sorgono e a cui incessantemente ritornano, come nello specchio le immagini incessantemente e nuovamente appaiono per incessantemente dileguarsi, sicché vuoto e specchio sono sinonimi.

La testa accumula un sapere concettuale che ha senz’altro la sua utilità per un necessario orientamento ed un’organizzazione del vivere, ma molto facilmente tale sapere, ritenuto un punto d’arrivo, esclude il resto del corpo. Piena zeppa di concetti consci e inconsci, ingolfata di sapienza, la testa è impegnata senza requie in un processo concettuale che facilissimamente assorbe e confonde la mente (moshin, la mente confusa)obnubilandole quel vuoto/specchio nel quale, soltanto, può darsi, sempre nuovo, ogni evento mentale e corporeo.

Non basta orientarsi; non basta tener presenti i concetti; non basta restarsene fermi nella testa. Occorre incamminarsi, e ci si può incamminare soltanto con tutto il corpo, perché soltanto con tutto il corpo, e non con la sola testa, si può perseguire la Mèta sempre nuova e irraggiungibile; soltanto con tutto il corpo ci si può avventurare verso l’Orizzonte che sempre s’allontana, provvidenzialmente costringendo la testa ad uscire da sé, cioè dal cerchio inesorabilmente chiuso e ghiacciante dei concetti. Altro è la mappa e altro è il territorio. I concetti (e le parole) sono la mappa, il vuoto/specchio è il territorio senza confini, in lungo e in largo come in alto e in basso, che non può essere reso e afferrato da alcun concetto (e da alcuna parola).

Il viaggio, o forse si dovrebbe dire il pellegrinaggio verso l’Infinito, non può compiersi con la sola testa, e tanto meno nella sola testa. Esige l’uscire dalla testa, il perdere la testa, il liberare la mente, l’oltrepassare il mondo concettuale (e persino il meraviglioso mondo simbolico), con il coinvolgimento del corpo.

Shoshin, la mente di principiante, è come l’acqua limpida (honshin, la vera mente originaria non contaminata) che irrora tutto il corpo; è il nuovo inondato dal Nuovo, l’originale autenticato dall’Originale, il giovane conosciuto dal Giovane, il vuoto  riempito dal Vuoto.

Non è quindi un caso che le Discipline del Budo o Vie marziali (Vie marziali, ribadiamo, e non arti marziali) richiedano la pratica integrale di mente e corpo: shinjin ichi nyo, mente e corpo una cosa sola, ciò concernendo anche la Meditazione seduta (Zamokuso).

«Quando sarete capaci di sedere in meditazione con tutto il corpo e tutta la mente e con l’unità di mente e corpo sotto il controllo della mente universale, potrete facilmente ottenere il retto intendimento».

Suzuki Shunryu, Mente zen mente di principiante.

Il Nuovo, l’Originale, il Giovane, è nascosto nel Vuoto, lo si trova nel Vuoto avendo completamente lasciato la presa. Il minimo appiglio concettuale (e passionale) provoca la caduta, ovvero: la minima sapienza (e la minima passione) radicata nella testa fa precipitare nel baratro dell’illusione e della presunzione,  trascinando con sé anche il corpo.

I concetti, o, se si vuole, le idee, sono sì importanti ma anche pericolosi in quanto possono facilmente rappresentare un blocco della mente, rendendola ignorante e presuntuosa.

«L’arte della vita sta nel viverla semplicemente e non nel cercare di vederla diversa da quella che è effettivamente. Dovete smetterla di appigliarvi a tutto ciò  che ritenete di sapere o di possedere, perché vi impedisce di prendere la vita per quello che è!».

Un Maestro di Budo in Werner Lind, BUDO – La Via Spirituale delle Arti Marziali.

L’Idea di perfezione recepita concettualmente non è la Perfezione, e necessita dei mezzi per realizzarla superandola.

       «La Tradizione è la trasmissione dell’Idea di Perfezione e dei mezzi atti a realizzarla». (Placido Procesi).

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