Lo Iai è mimica – 3

Per quanto abbiamo osservato, si può affermare che il KATA DI SPADA è un ATTO MIMICO e in quanto tale “soffio di forme” (Costa Giovangigli), “annunzio estetico”(Lichtenthal), che esige l’immedesimazione nel duellante affinché omote (l’esteriore) esprima ura (l’interiore).

Di più, l’atto mimico del Kata di Spada potrà assurgere a gesto d’arte se il Praticante, ovviamente grazie ad un reiterato e paziente esercitarsi richiedente l’indefinita ripetizione del gesto, saprà conferire al kata il carattere di unicità, secondo quanto ne dice stupendamente Mishima, sempre nel capitolo ottavo sulla bellezza dell’azionedelle Lezioni spirituali per giovani samurai:

«L’essenza dell’arte è “poter ripetere un evento decisivo”. Si dice che il vecchio Kōshirō abbia recitato il Kanjichō in modo unico e memorabile: eppure il suo spettacolo fu replicato non meno di venticinque volte ogni mese. È forse questo il motivo che indusse l’autore dell’Hagakure a disprezzare l’arte: i samurai disdegnavano  le rappresentazioni teatrali, ad eccezione del Nō, le cui regole impongono un’unica recita, in cui convergono tutte le energie: unicità simile a quella di un’azione reale. Se è vero che la bellezza dell’azione è ineluttabilmente legata all’impossibilità di una ripetizione, essa somiglia a un fuoco d’artificio. Ma esiste qualcosa, in questa nostra fragile vita, che più di un fuoco d’artificio possieda l’eternità dell’istante?».

Mishima fa notare “l’impossibilità di ripetizione” di un’azione reale, nel cui coinvolgimento tutto quel che si è appreso ed è stato interiorizzato e corpificato è messo in gioco una sola volta. Quindi il Kata va, sì, ripetuto indefinitamente in vista del suo perfezionamento, ma ciò che deve prevalere sempre più intensamente, nel mimarlo, è il senso dell’unicità di esecuzione (unitamente, s’intende, alla sua correttezza). Del resto, è difficile che un duello da cui dipendono la vita o la morte possa ripetersi. Si comprende quindi l’importanza dell’espressione shinken shobu keiko: esercitarsi come se la vita dipendesse da ciò, come in un duello all’ultimo sangue.

In conclusione, può affermarsi come il Kata di Spada sia un atto mimico trivalente, ad un tempo ascetico, esorcistico e artistico-rituale in quanto «sequenza composta da gesti formalizzati e codificati, sottesa da uno stato di spirito orientato verso la realizzazione della Via ()» (Tokitsu Kenji, KATA), se “rito”, come indica l’etimologia, è “l’azione giusta, il gesto appropriato”.

Per il Kata di Spada in quanto atto mimico ascetico, lo splendido, poetico brano di Okakura Kakuzo, Il libro del tè,è molto probabilmente insuperabile:

          «Ancora oggi il Giappone di tradizione Shintō si inchina davanti alla gelida purezza dell’anima della spada. Il fuoco mistico consuma la nostra debolezza, la sacra spada taglia la catena del desiderio. La fenice della divina speranza si erge dalle nostre ceneri; dalla libertà sorge una umanità più elevata».

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Per il Kata di Spada in quanto atto mimico esorcistico, risulta appropriatissimo quanto afferma Yoka Daishi, nello Shōdōka – Il canto dell’immediato satori

 L’uomo vero afferra la spada della saggezza,

punta acuminata della saggezza,

fiamma potente come il diamante.

Questa spada è capace di stroncare tutti i pensieri

e le concezioni erronee della mente

Ma può anche cogliere di sorpresa tutti i demoni».

Per il Kata di Spada in quanto atto mimico artistico-rituale c’è da considerare che il termine bu , “marziale”, oltre al significato più immediato di “fermare le armi” o “non combattere”, data la  combinazione dei radicali 戈 hoko,       “lancia, armi”,  e 止  yamu, “fermare”, ne ha anche uno in quanto 舞 mai,“danza”, più precisamente danza armata (e magica) quale procedimento sciamanico atto alla propiziazione dell’aiuto divino necessario all’intuizione veritativa dei principi e alla risoluzione di situazioni difficili. Al riguardo, ricordiamo brevemente il kagura, “musica degli/per gli dèi”, danzata  a scopo propiziatorio.

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L’Iwami Kagura è considerato una delle tre forme principali della danza giapponese. La danza ha origine nell’antica mitologia giapponese ed è stata originariamente eseguita per intrattenere gli dèi giapponesi della natura (Iwami è una località tra la Prefettura di Shimane e quella di Hiroshima).

Un accenno particolare merita inoltre il bukagu, “ballo di corte e musica”, costituito da danze simboliche fra le quali figurano le bu no mai, danze armate – bu – celebranti battaglie, vittorie storiche o leggendarie (distinte  dalle bun no mai, o danze civili – bun –).

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Queste due opere di Takashima Chiharu ((1777-1859) presentano due danzatori abbigliati in rosse vesti e con spade alla mano, i cui movimenti potevano essere ampi ed energici o – all’opposto – solenni e lenti. In breve, l’intento era di simulare in tutto e per tutto le battaglie storiche o leggendarie più famose (cfr. dspace.unive.it).

Per concludere, si accenna “parentela” fra Iai e teatro Nō, che non potrebbe essere illustrata meglio di quanto fanno i due brani che seguono, facenti riferimento al medesimo episodio ma illustrati da due diversi Autori.

«Alla corte del reggente imperiale (Shōgun) Tokugawa Iemitsu venne una volta organizzata una rappresentazione Nō; vi venne invitato anche il maestro di scherma di corte Yagiû Munenori (1570-1646), uno dei maggiori esperti di scherma. Voltandosi, Iemitsu disse a Munenori: “Fai un po’ attenzione ai movimenti di Kanze Sakon, che reciterà ora. Se trovi in lui un vuoto in cui potresti penetrare con un colpo di spada, dimmelo”. Una volta terminata la rappresentazione, Iemitsu chiese come fosse andata. Munenori disse: “Ho osservato attentamente fin dall’inizio. Ma non ho trovato alcun vuoto nel suo portamento. Al massimo lo si sarebbe potuto colpire nel momento in cui prendeva posto all’angolo della colonna del ministro. Là ha mostrato un piccolo vuoto. Una volta dietro le quinte, l’attore Kanze Sakon chiese ai suoi: “Chi era quello che sedeva accanto allo Shōgun e osservava con tanta attenzione la mia recita?”. Gli risposero che era Yagiû Munenori. Dopo di che Kanze Sakon disse pieno d’ammirazione: “È per questo allora! Quando nel corso della danza mi sono un po’ rilassato in un angolo, egli sorrideva. È un vero esperto di scherma!».

Kitayama Juniū,  Lo stile eroico – l’eroismo in Giappone.

«Un tempo gli attori del nō erano considerati alla pari dei samurai e la loro scuola alla pari di quella di cavalleria. Si racconta che uno shogun aveva dato ordine al suo maestro di scherma di sorvegliare uno dei suoi attori mentre recitava e di scegliere il momento in cui si trovasse in difetto per attaccarlo. Lo schermitore ritornò dicendo che l’attore non gli aveva dato possibilità di appiglio neppure per un momento, salvo un solo secondo quando guardava per terra. Lo shogun fece venire l’attore e gli chiese se mentre recitava non avesse avuto qualche distrazione. L’attore confessò che in un momento in cui si doveva ritenere che guardasse dentro una sorgente, aveva scorto un pezzetto di carta che non avrebbe dovuto esserci. Allora si era spezzato il cerchio magico che lo proteggeva, l’atmosfera di finzione che gli serviva da armatura».

Paul Claudel, L’uccello nero del Sol Levante.