ISOGASHII E IAI

«Isogashi è un mostro dalla pelle blu con orecchie flosce, naso grosso e una lingua enorme che gli esce dalla bocca. Funziona freneticamente, come se avesse un milione di cose che deve fare. Si nutre della irrequietezza delle persone. Gli esseri umani posseduti dagli isogashi diventano estremamente irrequieti e incapaci di rilassarsi. Si muovono costantemente facendo cose» (yokai.com/isogashi).

       IAI non è soltanto imparare tecniche per un combattimento che … non avrà mai luogo, la diversità tra un avversario virtuale e un avversario reale armato di spada vera restando irriducibile. IAI è soprattutto imparare a vivere nel bel mezzo delle incombenze quotidiane. E non a caso usiamo la parola “incombenze” la cui etimologia ci presenta il latino INCÚMBERE posare sopra, attendere con cura.

       IAI居合è vivere AL PRESENTE (ite 居) CON ADEGUATEZZA (awasu合), quindi con cura ed efficienza, proprio per debellare ciò che in giapponese è detto ISOGASHII忙しい: il coinvolgimento mortale del cuore nel vortice delle incombenze quotidiane. Infatti, nel kanji 忙 che significa occupato, impegnato, troviamo a sinistra il cuore 心 e a destra la distruzione 亡.

       Si propone al riguardo un brano da Kaiten Nukariya La religione dei samurai.

       «Sedersi in meditazione non è l’unico metodo per praticare lo Zazen. “Pratichiamo il dhyana (meditazione) stando seduti, in piedi e camminando”, afferma uno dei maestri Zen giapponesi. Lin Tsi (Rin-zai), dal canto suo, scrive: “Concentrare la propria mente, evitare luoghi rumorosi e cercare solo la calma sono le caratteristiche del dhyana eterodosso”. È facile assumere il controllo di se stessi in un luogo tranquillo, mentre non è affatto agevole mantenere l’imperturbabilità della mente nel fracasso della vita vera. È il dhyana autentico che rende la nostra mente serena mentre la tempesta della lotta infuria intorno a noi. È il dhyana autentico che rafforza l’armonia del cuore, mentre i marosi della contesa s’infrangono su di noi. È il dhyana autentico che ci rende sereni e sorridenti, mentre l’inverno della vita ci copre di brina e di neve.

       “I pensieri futili vanno e vengono nelle menti non illuminate seicentocinquanta volte  nel tempo che occorre per schioccare le dita”, scrive un maestro indiano, “e un miliardo e trecento milioni di volte nell’arco della ventiquattr’ore”. Probabilmente si tratta di un’esagerazione, ma non possiamo negare che nel flusso della coscienza i pensieri futili si susseguano in continuazione uno dopo l’altro. “Dhyana equivale a lasciare la presa”, prosegue l’autore, “ovvero lasciare la presa sul miliardo e trecento milioni di pensieri futili”. La radice di questi pensieri sta nell’illusione riguardante il proprio Sé.  È davvero la più povera delle creature, anche se si trovasse in cielo, la creatura che pensa se stessa come povera.

       Al contrario, è un angelo colui che pensa se stesso come pieno di speranza e felice, anche se si trova all’inferno. “Prega perché sia liberato”, disse un peccatore a Sang Tsung (So-san). “Chi ti sta legando?”, fu la risposta. Siamo noi a legarci giorno e notte con il sottile filo dei pensieri futili, e a costruire  un bozzolo protettivo da cui non si ha più via di scampo. “Non c’è alcuna corda, eppure immagini te stesso legato”. Chi potrebbe mettere le catene ai nostri piedi se non la mente stessa? Chi potrebbe accecare i nostri occhi spirituali, se non noi stessi che li teniamo chiusi? Chi potrebbe  impedirci di gustare  il cibo morale, se non noi stessi che ci rifiutiamo di mangiare? Una volta Sueh Fung (Sep-po) ebbe a dire: “Vi sono molti che soffrono la fame malgrado siano seduti in un grande canestro pieno di viveri. Vi sono molti che soffrono la sete nonostante siano seduti sulla riva di un mare”.

       “Sì, signore”, rispose Huen Sha (Gen-sha), “sono molti coloro che soffrono la fame  invece di mettere la testa nel canestro pieno di viveri. Sono molti coloro che soffrono la sete invece di mettere la testa nelle acque del mare”. Chi sarebbe in grado di rincuorare colui che si abbandona all’infelicità che lui stesso si è creato? Chi potrebbe salvare colui che nega la sua propria salvezza?».

“Dhyana equivale a lasciare la presa”, è scritto sopra. Quindi:

«Se volete raggiungere pienamente questo luogo

(ove non si trovano né cielo né terra),

dovete lasciar andar tutto».

Keizan  Zenji, Denkoroku (La trasmissione della Luce)