Kiken

Kiken 危険,il Pericolo, il Maestro.

Si deve constatare come il moderno Iai, almeno per i praticanti occidentali, abbia finito per diventare un passatempo. Serio ed educativo quanto si vuole, ma un passatempo. Un tranquillo passatempo. Ed il fatto che molti praticanti facciano di questo passatempo una professione con relativa carriera, grazie alla trappola dei gradi, completa il quadro per nulla entusiasmante. Infatti, lo Iai prevede l’uso della sciabola che è un’arma, quindi uno strumento di sangue e di morte, ed il servirsi di essa “in sicurezza” (anzen ni), per riempire il tempo con professionismo e carrierismo, non solo è del tutto fuori luogo ma costituisce una pura illusione. Ma sembra che le illusioni abbiano il potere di sfamare chi le nutre e di dare un senso al vivere, per l’innescarsi di un circolo vizioso dal quale, una volta entrati, è difficilissimo uscire.

Usare una sciabola significa, o almeno significava, entrare in contatto con  il Pericolo, il Maestro Kiken grazie al quale il sangue e la morte rappresentano una possibilità concreta per colui che la impugna, e non soltanto una finzione: finto pericolo che peraltro ricade tutto e sempre sull’avversario virtuale (kasō teki) destinato ad essere l’eterno sconfitto. Eh sì, per quanti errori possa commettere, è sempre il praticante che esce vincitore e indenne dal duello, mentre per il povero avversario virtuale la sconfitta è già programmata ancor prima che il duello inizi, mentre il praticante, dopo aver inferto il fatale kirioroshi o tsuki, fa zanshin verso … Nessuno (Dare mo), e, attentissimo a Nessuno, rinfodera in vista di un nuovo cimento con Nessuno. E così, in assenza di Kiken e “anzen ni” il praticante si trastulla con Dare mo. Il praticante, dopo essere entrato “in sicurezza” nel Dojo, si accerta di evitare il Pericolo (kiken no sakeru) per potersi allenare “in sicurezza”; affronta i “combattimenti” nell’enbujo che è tutt’altro che una zona pericolosa (kiken chitai); uccide “in sicurezza” venti o trenta nessuno, a seconda di quanti kata esegue, e poi, sempre “in sicurezza”, se ne torna a casa o va in birreria, pensando (pensando! ecco l’altra trappola!) di aver fatto un passo avanti verso l’“ottenimento” del grado, la sua mente essendo dissolta verso un futuro che non esiste e che, grave dimenticanza, non è detto che giunga davvero.

È quindi l’assenza del Maestro, cioè del Pericolo, che rende l’utilizzo della sciabola nello Iai, ma anche del fioretto, della spada e della sciabola nella scherma occidentale, niente più che una giocosa finzione: vincere per 15 buchi o tagli inferti contro 8 buchi o tagli ricevuti non sta né in cielo né in terra, dato che con le spade provviste di puntale e non affilate ci si può bucare e tagliare gareggiando “in sicurezza”, cioè giocando. Senza puntale e con lame affilate la faccenda cambierebbe radicalmente e addio al gioco, ai campionati, alle olimpiadi e … agli esami.

Quindi, giocosa finzione seria ed educativa quanto si vuole ma sempre una giocosa finzione “marziale” costellata di finzioni: zanshin, kigurai, metsuke, kizeme, kiryoku, mushin, waza e quant’altro sono tutte finzioni semplicemente perché finta è la situazione con Nessuno per nemico, e sarebbe davvero interessante vedere che fine farebbero tutte queste facoltà davanti ad un avversario reale che, incarnando il Maestro, cioè il Pericolo, brandisse una sciabola affilata con un reale intento di uccidere (sakki). Chiaro che questa prova del nove non sarà mai possibile, ed è proprio per questo che lo Iai resta un giocoso ed equivoco passatempo professionistico a scopo di carriera alimentato dall’auto compiacimento. Strano passatempo con l’uso improprio di un’arma che non sarà mai davvero usata poiché sguainata verso Nessuno e che mai comporterà il pericolo di sentirne l’effetto sanguinolento e mortale sulla propria carne. Pericolo che invece è il Maestro, l’unico in grado di stimolare davvero l’essere presenti (I 居) e preparati alla situazione (AI 合). Pericolo la cui assenza preclude una vera metamorfosi psico-fisico-spirituale del praticante, che ovviamente comporta la morte della vecchia e posticcia identità.

Pertanto, l’unico modo per restituire allo Iai una parvenza di veracità è l’introiettare e praticare l’assunto: IAI È MIMICA, la mimica essendo qualcosa di più che la simulazione o l’imitazione. Mimare è immedesimarsi in un altro, e immedesimarsi in un altro è dimenticare il piccolo sé ordinario, pregno di desideri e necessità, e diventare il Duellante, un essere  nuovo, unificato, completo, libero da pretese e aspettative, al confronto del quale il piccolo sé ordinario è un lillipuziano.

Il praticante dovrebbe, in quanto mimo, mettere in atto un’auto-catarsi che lo liberi dalla certezza della sua consolidata e “documentata” identità fatta di nome, cognome e grado, come anche da ogni suo scopo e ogni suo programma che, quali proiezioni della mente, lo distraggono dalla situazione presente che è l’unica reale. Il praticante dovrebbe poi riuscire, con una potente auto-suggestione, a sentire presente il Pericolo, cioè il Maestro anch’esso invisibile ma davvero incombente da ogni direzione, ciò che dovrebbe provocare il kizeme (ki seme), ossia una un certo bollore pervadente tutto il corpo da cui si genera un intenso all’erta della mente e del corpo (kigamae e migamae). Mediante la potente auto-suggestione il praticante dovrebbe “vedere” la morte che gli gira intorno e potrebbe ghermirlo da un momento all’altro, probabilità che, a ben pensarci, è vera per ogni momento della giornata e della notte potendo verificarsi all’improvviso per cause impreviste e per di più tutt’altro che marziali!

Alla difficoltà di una mimica verace, che sa evocare il Pericolo, il Maestro che suscita presenza e prontezza, si aggiunge l’inconveniente del ritorno, ad esercitazione terminata, alla striminzita identità ordinaria del lillipuziano. Esauritosi il processo auto-catartico e spentasi l’auto-suggestione che lo rendevano presente, attento e completo con la sua nuova e libera identità di Duellante, il praticante incapace di mantenere tale identità una volta uscito dalla situazione bellica, ricade preda della sua piccola mente oppressa da pretese e traguardi, da insoddisfazioni e mancanze, per cui la Via, potremmo dire il viaggio della vita, smette di essere un’avventura e riprende ad essere pilotata piattamente dal bisogno ossessivo di arrivare, di realizzare, di “farcela”, non che dal timore di “non farcela”, classica tara dicotomica della psiche lillipuziana. Così, il praticante non vede più i fiori sul ciglio della strada, non ne avverte la fragranza, non è più consapevole della bellezza e del miracolo della vita che, invece, gli si manifesta intorno quando fruisce della  PRESENZA a se stesso e al mondo, e che soltanto il Pericolo può fargli davvero suscitare. E così la sua nuova e libera identità del Duellante viene inghiottita da quella vecchia e condizionata del lillipuziano provvisto di carta d’identità con nome e cognome, di diploma attestante il grado “raggiunto”, e divorato, alla lettera, dal tempo che lo separa dal prossimo esame per “ottenere” il grado “più alto”, e il cui esito, ancora una volta, se e quando avverrà, lo annichilirà dilaniandolo nella soddisfazione del successo o nella frustrazione del fallimento. Altro che Mente imperturbabile (Fudoshin)!

Il nefasto destino della duale mente lillipuziana

invece (ma è virtù di pochi),

« […] se sai incontrarti con il Successo e la Sconfitta
e trattare questi due impostori allo stesso modo […]

tua è la Terra e tutto ciò che contiene,
e – cosa più importante – sarai un Uomo, figlio mio!»

 Rudyard Kipling – Se (Lettera la figlio)