La non-paura della morte

Da: “Lo zen passo per passo” di Taisen Deshimaru Roshi

(shobogendo.it)

Un monaco andò in città, portatore di un plico importante da dare personalmente al suo destinatario. Arrivò ai confini della città e, per entrarvi, dovette traversare un ponte. Sul ponte stava un samurai esperto nell’arte della sciabola e che, per provare la sua forza e la sua invincibilità, aveva fatto il voto di provocare in duello i primi cento uomini che avrebbero attraversato il ponte. Ne aveva già uccisi novantanove. Il piccolo monaco era il centesimo. Il samurai gli lanciò perciò una sfida. Il monaco lo supplicò di lasciarlo passare, perché il plico che aveva era di grande importanza.

“Vi prometto di tornare a battermi con voi una volta compiuta la mia missione”. Il samurai accettò, e il giovane monaco andò a portare la sua lettera. Prima di tornare sul ponte, andò dal suo maestro per fargli i suoi ultimi saluti, certo di essere perduto.

“Devo andare a battermi con un grande samurai, disse, è un campione di sciabola e io non ho mai toccato un’arma in vita mia. Sarò ucciso …”

“In effetti, gli rispose il Maestro, morirai perché non c’è per te nessuna possibilità di vittoria, non hai perciò più bisogno di aver paura della morte. Ma ti insegnerò la miglior maniera di morire: terrai la tua sciabola al di sopra della testa, gli occhi chiusi, e aspetterai. Quando sentirai freddo alla sommità del capo, quella sarà la morte. Soltanto in quel momento abbandonerai le braccia. È tutto …”

Il piccolo monaco salutò il Maestro e si diresse verso il ponte dove lo attendeva il samurai. Questi lo ringraziò di aver mantenuto la parola e lo pregò di mettersi in guardia. Il duello cominciò. Tenendo la sciabola con due mani, il monaco l’alzò al di sopra della testa, e attese senza muoversi. Quell’atteggiamento stupì il samurai, perché la posizione che aveva preso il suo avversario non rifletteva né la paura né il timore. Sospettoso avanzò prudentemente. Impassibile, il monaco era concentrato unicamente sulla sommità del proprio cranio. Il samurai disse fra sé: “Quest’uomo è sicuramente molto forte, ha avuto il coraggio di tornare a battersi con me, certamente non è un dilettante”.

Il monaco, sempre assorto, non prestò alcuna attenzione ai movimenti di andirivieni del suo avversario. Costui cominciò ad avere paura: “E senza alcun dubbio un grandissimo guerriero, pensò; solo i Maestri di sciabola prendono dall’inizio di un combattimento una posizione d’attacco. E in più, lui, chiude gli occhi”.

E il giovane monaco attendeva sempre il momento in cui avrebbe sentito quel famoso freddo alla sommità della testa. Durante quel tempo, il samurai era completamente sconnesso, non osava più attaccare, certo di essere tagliato in due al minimo gesto. Da parte sua il monaco aveva completamente dimenticato il samurai, attento unicamente ad applicare bene i consigli del Maestro, e morire degnamente. Furono le grida e i pianti del samurai che lo riportarono alla realtà:

“Non mi uccidete, abbiate pietà di me, credevo di essere il re della sciabola, ma non avevo mai incontrato un maestro come voi. Per favore, per favore, accettatemi come discepolo, insegnatemi la Via della sciabola”.