Scritti del Maestro Ōno Kumao (1890-1981)

In occasione di una riunione della Butokukai

… Subito dopo la guerra nacque a Tokyo la Zen Nippon Kendo Renmei e proprio in quell’occasione io chiesi di costituire il settore Iaido. Ma gli atri dirigenti giudicarono la cosa come prematura e allora creai a Kyoto la Zen Nippon Iaido Renmei, a cui aderirono solo 14 maestri. Da questa piccola base ci siamo allargato fino a contare oltre 2000 graduati (esperti classificati con un grado).

Naturalmente, col passare degli anni, la Kendo Renmei riconobbe il suo errore e, valendosi di alcuni esperti della Iaido Renmei, organizzò propri corsi per soddisfare la richiesta popolare di praticare lo Iai. Nacque lo stile proprio di questa Federazione di Kendo. Ma ormai il regolamento della Federazione di Iai che avevo fondato prevedeva che la sede centrale  da cui diffondere lo Iai restasse Kyoto, zona molto più calma e tradizionale che non la moderna Tokyo; così io mi separai dall’azione della Federazione di Tokyo a aderii alla Butokukai, organismo molto tradizionale, a Kyoto. Riconosco che il maggior peso politico della Kendo Renmei giocò a mio sfavore, ma posso essere soddisfatto, in ultima analisi, di esser riuscito a portare lo Iai ad una diffusione molto più vasta di quanto avrei potuto agendo da solo.

… Ogni anno i fondatori della Zen Nippon Iaido Renmei  si radunavano la tempio di Hayashizaki per una cerimonia ideale con dimostrazione di tutti i vari stili storici. Riparammo e restaurammo questo antico luogo e vi ponemmo una lapide  per ricordare il fondatore della prima scuola di Iai: Hayashizaki Kansuke Shigenobu.

Cos’è lo Iai? È un contatto con la spada, che comprende sapere come portarla, come sfoderare, colpire e rinfoderare. Un detto caratteristico dice: “Se viene estratta deve colpire, se lasciata nel fodero non taglia”. Esso contiene il segreto dello Iai perché la decisione di estrarre l’arma richiede l’unificazione di tutte le facoltà umane per colpire e vincere a tutti i costi; e prima ancora di sfoderare c’è il momento psicologico in cui è già determinato quello che avverrà un momento dopo: sfoderare e colpire è solo una conseguenza di quel momento.

Così si dice anche che è preferibile non estrarre (realmente), perché quando la lama comincia a uscire è troppo tardi per tornare indietro, e nello Iai non si considera nemmeno la possibilità di fare scherma con un secondo o terzo attacco.

Lettera del Gennaio 1968 (43° Showa)

La nascita dello Iai è dovuta alla necessità di uccidere, ma in questo periodo storico la finalità di fondo è cambiata.

Devo precisare che lo Iaido non è una tecnica di guerra (Bugei). Poiché l’uso di un’arma è legato a una questione di vita o di morte, la decisione di estrarre è molto importante. La vera vittoria è quando la spada resta inguainata e noi seguiamo la causa del bene con la nostra volontà allenata. Se un guerriero si lascia trascinare dal desiderio di estrarre, probabilmente sbaglierà tutto, e questo è il peggiore dei mali. Queste cose sono esposte nell’antico libro intitolato Gyoku-washu.

Dunque ritengo che il motivo di allenarsi allo Iai sia la crescita interna spirituale, dato che è impensabile usare oggigiorno la spada per difendersi e uccidere. Ma all’epoca di Hayashizaki (circa il 1600) si imparava ad usare la spada per colpire e vincere. Ogni esperto aveva i suoi segreti: Hayashizaki, per esempio, usava un manico più lungo per avere un’arma bilanciata con un peso maggiore all’impugnatura e la punta più maneggevole. Altri specializzavano la parata con la tsuka (manico) e colpivano con l’impugnatura. Questi sono esempi di tecniche personali.

Qualche anno fa ho girato il Giappone per controllare la situazione generale dello Iai: molti si erano prostituiti e facevano dimostrazioni in cui tutto era permesso pur di divertire e impressionare il pubblico, addirittura usando costumi e trucchi da spettacolo teatrale. Erano corrotti dall’applauso del pubblico, che li invogliava a proseguire su questa strada. Ma naturalmente questo non è lo Iai, ma una perdita di tempo che getta discredito sulla pratica del Budo e porta i praticanti lontano dalla Via dello Iai.

“Iai wa Zen no zazen”: lo Iai e lo Zen si assomigliano. Io dico sempre: “Ken zen ichi nyo”, cioè la Spada e lo Zen sono la stessa cosa, usano lo stesso spirito. C’è uno scritto del bonzo Dogen zenshi (fondatore della scuola Soto di zen) che dice: “Shikan ta za”, ossia, “solo sedere” e “non pensare”, che è il massimo risultato dello Iai: lasciare che il corpo agisca da solo.

Quando si è seduti liberi da ogni pensiero e la coscienza abbraccia tutto ciò che avviene intorno a noi, lo sguardo è: “enzan no metsuke”, ossia come se si abbracciasse tutta una catena di montagne lontane, allora lo spirito è “fudochi” (saggio e inamovibile); questo raccomanda Takuan Soho, bonzo famoso ed esperto di scherma.

Non bisogna fare Iai per un pubblico, ma per se stessi, indifferenti agli applausi. Ho avuto occasione di studiare la spada con il Maestro Hoshino Kumon, a cui tuttora porto rispetto per la grandezza del suo spirito e ricordo che prima di ricevere il “kaiden” (massimo riconoscimento conferito dal Maestro all’allievo) mi mandò in cima a un monte nei pressi di Kumamoto a passare la notte eseguendo 1000 estrazioni. “Mille” è una parola facile da pronunciare, ma passare la notte in mezzo alla natura, al freddo e al vento da solo, aiuta capire che estrarre la spada non è uno spettacolo per il pubblico.

Così non sono molto d’accordo con la pratica moderna dello Iai, anche se percepisco che per diffonderlo è meglio che non nascano grossi contrasti. Altrettanto disapprovo il conferimento dei gradi, ma pazienza: una volta ci si accontentava del riconoscimento del proprio Maestro e della fiducia in se stessi.

Vorrei puntualizzare ancora due cose: una è che quando si studia il Kendo bisogna conoscere anche lo Iai, si dice Kendo ma è falso, bisogna capire la spada attraverso lo Iai, altrimenti si pratica solo Shinai-jutsu. Tra i militari e la Polizia non si va oltre il primo dan di Kendo se non si conosce anche lo Iai e questa pratica andrebbe diffusa.

Poi vedo nelle gare di Kendo i combattenti rifugiarsi in tsuba-zeriai (corpo a corpo con la spada) finché gli arbitri non li separano. Sembrano galli tanto stanchi da non riuscire più a beccarsi, che una volta appoggiati l’un all’altro non si staccano più. Questo sarebbe un comportamento folle maneggiando una spada vera e solo la comprensione del maneggio dell’arma vera può correggere il praticante di Kendo (e l’arma vera è possibile solo nello Iai, dove si combatte contro sé stessi e non si corrono i pericoli di avere un nemico di fronte).

Nel passato anche i lottatori di Ju-jutsu facevano Iai; quando ero giovane la scuola Takenouchi-santo insegnava insieme la lotta e la spada. E questa è la tradizione.