Saya no uchi (2)

KATSU KAISHU, IL GUERRIERO DISARMATO

«Ho l’abitudine di tenere la spada così stretta nel fodero che anche volendo non la potrei estrarre» (Katsu Kaiju, 1823-1899).

«Vissuto in tempi estremamente pericolosi, Katsu riportava di essere stato colpito dal nemico non meno di 20 volte e di avere ferite alla gamba, al capo ed al costato, ma di non avere mai voluto uccidere un uomo. Conosciuto come grande maestro di spada, affermava però: “Ho l’abitudine di tenere la spada così stretta nel fodero che anche volendo non la potrei estrarre”».

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Ancora a proposito di Katsu Kaishu e dell’ideale di pace della cavalleria in Inazō Nitobe, Bushidō:

«La questione che maggiormente ci interessa in proposito è la seguente: “Il Bushidō giustificava l’uso incontrollato della spada?”. La risposta è, senza possibilità di equivoco, negativa. Il Bushidō, infatti, se da un lato attribuiva notevole importanza all’uso conveniente di essa, dall’altro rimproverava e detestava ogni abuso che la riguardasse. Vile ed esibizionista veniva considerato chi impugnava la spada in situazioni non degne di essa. Un uomo che sa dominarsi sa anche di doverla usare al momento giusto, e questo momento giunge piuttosto di rado.

Il conte Katsu che visse durante una delle epoche più sconvolte della nostra storia, in cui omicidi, suicidi e altri fatti di sangue erano all’ordine del giorno, investito in una occasione di supremi poteri dittatoriali e pur subendo ripetuti attentati, non macchiò mai la sua spada di sangue.

Ricordando alcuni avvenimenti con un amico, egli dice – in quel tono rude e bizzarro che gli era tipico – : “Io provo una notevole ripugnanza ad uccidere della gente, e perciò non ho mai ucciso nemmeno un solo uomo e ho lasciati andare via anche quelli la cui testa meritava di venir tagliata. Un giorno un amico mi disse: ‘Voi non uccidete a sufficienza! Come mai, non mangiate pepe ed erbe eccitanti?’. Bene, molti non sono migliori di quel mio amico, ma vedete: egli fu assassinato a sua volta e se io sono sfuggito a morte violenta, lo devo forse alla mia ripugnanza ad uccidere. Avevo legato così strettamente al fodero l’impugnatura della spada che era difficile estrarre la lama: ero intenzionato a non ferire mai, anche se fossi stato ferito. È vero che alcuni sono proprio simili alle pulci e alle zanzare e pungono: ma che cosa importa la loro puntura? Questa irrita un poco e basta: non pone certo in pericolo la vita!”

Queste erano le parole di un uomo che aveva testimoniato con fierezza, nel fuoco ardente delle avversità e del trionfo, l’insegnamento del Bushidō.

Massime popolari come “essere battuti, significa vincere” (che vuol dire come sia vera conquista non volgersi contro un nemico), “più bella vittoria si ottiene senza spargimento di sangue”, e altre  di identica importanza e significato, mirano a dimostrare che, dopo tutto, l’obiettivo ideale della cavalleria era costituita dalla pace».

«La Via della Spada è migliorare il proprio cuore senza usare la spada. Alto, basso, forte, debole, veloce, lento ecc. unitamente alla preoccupazione della tecnica di taglio è un aspetto molto banale […] La Nihonto (Spada giapponese) che possiede lo spirito di Dio non è un’arma con cui tagliare le persone. Usare la spada come Katsujin Ken (la Spada che dà la Vita) è il modo corretto. Quindi uno studente che vuole davvero imparare la Via della Spada non dovrebbe aver bisogno di esagerare con i movimenti o le tecniche fisiche».

Iwata Kenichi Norikazu, Kiso Iai Koza (Lezione sui fondamenti dello Iai)

«Nel suo libro Ken to Zen (Lo Zen e l’arte della spada giapponese), Omori Sogen, un maestro di spada dello stile Choku Shin Kage, ricordava il suo incontro con  Ueshiba sensei: “Stavo partecipando ad una certa riunione, e notai un attempato signore  seduto formalmente sulle ginocchia. Dopo averlo studiato per alcuni minuti, scoprii con mia grande sorpresa che non era possibile trovare in lui alcun punto debole, nessuna apertura (suki) dove avrebbe potuto essere attaccato. Sedeva con grande calma, guardando ciò che accadeva intorno a lui, e tuttavia la sua mente era assolutamente tesa e in stato di grande prontezza. Giunsi alla conclusione che doveva trattarsi senz’altro del famoso Ueshiba sensei, e pochi minuti più tardi gli venni presentato”».

  William Gleason,  Aikido – I fondamenti spirituali della Via dell’Armonia