Shugyō

Shugyō: autodisciplina, pratica ascetica, corretto comportamento.

Shu 修 (執) condurre se stessi, studio.

Gyō 行 pratica, esercizio, comportamento.

Riteniamo che il brano che segue sia prezioso per il praticante di I-AI onde renderlo attento alla “ruggine del corpo”.

da: Ruth Benedict, Il crisantemo e la spada

All’origine, ogni anima risplende di virtù come una lama nuova; tuttavia, se non la si mantiene lustra, essa perde il suo splendore. Questa “ruggine del corpo”, come viene chiamata, è altrettanto dannosa di quanto lo sia la ruggine vera e propria per una spada, per cui l’uomo deve curarsi del proprio animo con la stessa diligenza con cui si occuperebbe della propria spada. Comunque, sotto la “ruggine”, malgrado tutto, si cela sempre l’anima chiara e luminosa e basta “ripulirla” perché torni a risplendere […]

Lo shugyō (autodisciplina), secondo un’espressione assai frequente in Giappone, fa sparire “la ruggine dal corpo”: fa di un uomo “una spada lucente e affilata”; che è, appunto, ciò che  egli desidera essere […]

L’educazione che hanno ricevuto ha abituato i Giapponesi a stare molto attenti alla “ruggine del corpo” […]

Oltre, e al di sopra, delle forme di autodisciplina tendenti a dare a chi le pratichi la capacità di comportarsi correttamente in questa o in quella circostanza, esistono le forme di auto disciplina che danno la “saggezza” […]

Nella lingua giapponese esistono moltissime parole per designare lo stato mentale che si ritiene possa venir raggiunto da chi è “esperto” in queste forme di autodisciplina […] Tutti questi vocaboli hanno lo stesso significato generale, e quindi mi limiterò qui ad adoperare la parola muga, che è il termine in uso presso coloro che praticano il Buddismo Zen, un culto molto diffuso specialmente fra i ceti più elevati della popolazione.

無我

mu   ga

Per descrivere lo stato di “conoscenza” indicato dal termine muga si dice che esso è caratteristico di quelle esperienze, sia mondane che religiose, durante le quali “non vi è la minima frattura, non vi è lo spessore di un capello” fra la volontà di un individuo e la sua azione. Potrebbe dirsi che una scarica elettrica passa direttamente dal polo positivo al polo negativo, mentre per chi non ha raggiunto la “conoscenza” esiste una sorta di schermo isolante che si frappone tra la volontà e l’azione. I Giapponesi chiamano questo schermo l’“io che osserva”, l’“io che interferisce” e solo quando esso è stato rimosso, mediante un allenamento condotto secondo speciali tecniche, l’individuo, divenuto “esperto”, potrà perdere quel senso di consapevolezza che normalmente accompagna le sue azioni: allora il circuito sarà libero, l’azione si attuerà senza sforzo, dirigendosi “univocamente e infallibilmente” a realizzare il suo scopo, e risulterà un’espressione fedele e completa dell’immagine che colui che agisce si era mentalmente prefigurata […]

Suzuki, una grande autorità in materia di Buddismo Zen, ci descrive la situazione del muga  come “un’estasi in cui è assente la consapevolezza che normalmente accompagna l’azione”, come la possibilità di agire “senza sforzo”. L’“io che osserva” è stato eliminato, l’uomo “perde se stesso”, cessa cioè di essere uno spettatore delle proprie azioni. Secondo Suzuki: “Con il sorgere della coscienza la volontà è scissa in due: […] l’attore e l’osservatore. Il conflitto è inevitabile perché l'(io)-attore vuole sentirsi libero dalle limitazioni dell’“io che osserva”. Nello stato di “illuminazione” il discepolo scopre che l’“io che osserva” non esiste, che non esiste “alcuna entità spirituale intesa come un che d’ignoto o di inconoscibile”. Non resta nulla all’infuori della mèta e dell’atto che la realizza […]

Per liberarsi, per raggiungere l’estasi dello spirito, il Giapponese elimina questo io vulnerabile (l’“io che osserva”) e cessa di sentire “la consapevolezza delle proprie azioni”. A questo punto egli si sente spiritualmente addestrato, allo stesso modo in cui si sente addestrato colui che, volendo imparare a tirare di scherma, riesce a star ritto su una colonna alta quattro piedi senza più avere paura di cadere. Analogamente anche il pittore, il poeta, l’oratore pubblico e il guerriero ricorrono a questo addestramento per divenire muga. Essi non raggiungono l’Infinito, ma acquistano una limpida, imperturbata percezione della bellezza finita, o, se si vuole, di una coincidenza fra mezzi e fini che permette loro di dosare perfettamente la quantità di energia, “né troppa né troppo poca”, necessaria al raggiungimento delle loro finalità.