Tajō ippen

L’atteggiamento di spirito e quindi psico-fisico di fondo nello I-ai e nel Seiza-Mokuso ha da essere come quello del portiere di fronte al calcio di rigore. Diciamo atteggiamento “di fondo” poiché nello I-ai la situazione potenziale è evidentemente molto più coinvolgente di un calcio di rigore: l’avversario invisibile (kasō teki) può sbucare da ogni parte e all’improvviso, e pertanto richiede una ‘concentrazione espansa’, cioè sferica che capti l’aura (kehai) irradiata da persone o cose, ciò che non è richiesto dal calcio di rigore dato che il portiere vede preventivamente sia il pallone sia il momento in cui esso viene proiettato verso la porta.

Quindi il portiere, in quanto “guardiano della porta”,si trova davanti al pallone che sta per essere calciato come una sciabolata verso la porta onde violarla. Egli assume una presenza di spirito, quindi di mente e di corpo, per la quale dimentica – deve dimenticare – ogni altro particolare estraneo all’evento incombente: non può pensare né alla squadra cui appartiene né se riuscirà a neutralizzare la sciabolata né al risultato della partita che potrebbe cambiare o meno, poiché tali pensieri inficerebbero la lucida presenza necessaria all’intervento (inter-vento: trovarsi dentro).

Egli diventa un TUTT’UNO (TAJŌ IPPEN)* né troppo rilassato né troppo teso che gli permetterà di interagire con la sciabolata e (chissà) neutralizzarla. Né troppo rilassato né troppo teso poiché in entrambi i casi il suo intervento né rimarrebbe condizionato e perciò ritardato.

Come già accennato, il portiere è il “guardiano della porta”, ma cos’è questa porta? E cos’è il pallone che tenta di violarla? E cos’è il pallone nella rete?

Meditare.

* TAJŌ IPPEN

打成一片

Ta 打 = prefisso verbale di enfasi

jō 成 = diventare

ichi 一 = uno

gallina/kata 片 = blocco

Riferendosi allo Zazen/Shikantaza, questo proverbio cinese giapponese può tradursi:

«(stando seduti) in modo corretto (essere) di un solo blocco».

«Tajō ippen: letter. “diventare un solo blocco”. Modo di trascendere il dualismo nella pratica dello zazen. Frase utilizzata nella scuola Sōtō che considera lo zazen come la manifestazione e la realizzazione della natura di Buddha (busshō) immanente nell’uomo e non come un “mezzo” di illuminazione». (Dizionario dello zen).

Indica lo stato di equanimità che elimina le differenze tra sé e gli altri, interno ed esterno e altri tipi di dualismo.

Per il praticante di Iai può tornare molto utile tenerlo a mente, dal momento che anche l’esercitarsi con la sciabola richiede il diventare un tutt’uno, un insieme integrato-ordinato, ovvero il trascendere il dualismo non soltanto in se stessi ma anche con la situazione circostante.

In fondo lo scopo dello I-ai, come del Seiza-Mokuso

«è di liberare lo spirito dalla costrizione delle idee, delle immagini, delle visioni e degli oggetti, per quanto questi possano essere sacri e sublimi. (Dizionario dello zen).

Insomma: mantenere la porta inviolata!