Mono no aware

物の哀れ

Riteniamo che il praticante di Spada, anzi di Sciabola giapponese non possa esimersi dal prendere in considerazione il concetto estetico squisitamente nipponico del MONO NO AWARE, ovvero l’AH DELLE COSE (si veda anche il capitolo successivo) onde compenetrarsene al meglio che può, lo I-AI essendone inseparabile. I brani citati sono consistenti poiché l’argomento – per niente facile – è di capitale importanza.

da: vivereilmorire.eu

Satō Norikiyo,  conosciuto col nome buddhista di SAIGYŌ (1118-1190), poeta giapponese, prima samurai e poi monaco eremita, già in giovane età arrivò a ricoprire l’importante ruolo di capitano delle guardie private dell’imperatore Toba. Ma la sua brillante carriera di samurai durò non più di cinque anni, quando il 15 ottobre 1140 decise di rinascere a monaco buddhista con il nuovo nome di Saigyō. Questo nome significa “andare verso l’Occidente”, dove l’Occidente per il buddhismo giapponese è il simbolo della “terra pura del Buddha”, luogo in cui si compie l’illuminazione. Saigyō è ricordato con due appellativi, il “monaco santo” e il “poeta errante”, perché per tutta la sua seconda vita alternò i duri ritiri spirituali nella solitudine degli eremi con altrettanti faticosi pellegrinaggi per raggiungere le mete da lui ritenute sacre, come quella nell’isola di Shikoku, quale luogo natale di Kōbō Daishi (774-835) che è il fondatore della setta Shingon a cui lo stesso Saigyō apparteneva.

da: academia.eu/Sabi e Mono no aware

Nel 1168, all’età di cinquantun anni, Saigyō partì in pellegrinaggio nello Shikoku, una delle quattro maggiori isole dell’arcipelago giapponese, per visitare i luoghi dove l’ex imperatore in ritiro Sutoku (1119-1164), in seguito ai disordini Hōgen, visse i rimanenti anni della sua vita in esilio e rendere omaggio a Kūkai (774- 835), fondatore della scuola Shingon. Prima della partenza, fece una visita notturna al santuario di Kamo, a Kyōto, nel decimo giorno del decimo mese dell’anno 1168, come scrive nel kotobagaki(introduzione in prosa dei waka) della poesia n. 1181 del Sankashū(Collezione dell’eremo sul monte).

«Così come ho sempre fatto, continuai ad andare al santuario di Kamo anche dopo essere diventato monaco. Ora, in età matura, fui in procinto di partire in pellegrinaggio per lo Shikoku, pensando che magari non sarei mai tornato. Cosi feci una visita notturna al santuario nel decimo giorno del decimo mese del 1168. Volli presentare una richiesta al tempio, ma poiché indossavo le vesti da monaco e non potevo entrare dentro il santuario, chiesi che lo si presentasse in mia vece. La luna filtrava fievolmente tra gli alberi, cosicché l’atmosfera del posto sembrava ancor più sacra del solito e mi commossi profondamente».

Essendo un monaco buddhista, a Saigyō era interdetto l’ingresso al recinto sacro del jinja, il tempio shintō, e chiede dunque che la sua offerta venga presentata al santuario. Qui, in attesa sulla soglia, la visione della luna fra gli alberi, il pensiero di partire per una mèta tanto lontana quanto era lo Shikoku per la sua epoca, ma soprattutto per l’incertezza di non poter rivedere i luoghi della capitale a cui era legato, lo muovono profondamente in quello che chiama AWARE 哀れ.

Sembra che la parola in origine fosse una semplice esclamazione di sorpresa, di improvviso turbamento. Il filologo Motoori Norinaga (1730-1801) osserva che in seguito tale esclamazione di sorpresa si cominciò a scrivere con il carattere cinese 哀, che ha accezione di “triste”, “doloroso”. Soltanto però nel periodo Heian l’AWARE diverrà criterio estetico, fino addirittura a diventare estetica in sé e per sé, non solo nella letteratura, ma anche nella vita di corte. Nel Genji Monogatari (Storia del principe Genji) nel capitolo Maboroshi (Il maestro di illusioni), il principe Genji, dopo la morte prematura e inaspettata della moglie, la Dama di Murasaki, cadrà in uno stato di profonda solitudine e malinconia, e arriva ad un’importante considerazione: la vita è transitoria, fugace e il mondo in cui viviamo e “fluttuante” (UKIYO), termine di cui anche Saigyō fa uso spesso e volentieri nelle sue liriche.

Il MONO NO AWARE è vissuto profondamente dalla nobiltà del Giappone classico, esso, infatti, era interpretato anche come stato lirico, oltre che atteggiamento estetico. Il letterato, possedendo un animo nobile e dunque sensibile, era il solo in grado di percepire il MONO NO AWARE che la natura, le cose, il mondo e addirittura l’amore stesso trasmettevano. L’AWARE è la voce con cui i fenomeni comunicano con l’animo umano capace di recepirlo, messaggi comunicati in un’arcana lingua sconosciuta. Molti studiosi convengono che la diffusione e il conseguente successo dell’AWARE come estetica in epoca Heian (794-1185) non sia casuale. È utile però uscire dalle tranquille e lussuose sale del palazzo imperiale dove la corte e i suoi letterati vivevano struggendosi per vedere la situazione del paese al di fuori del contesto della corte.

Nel nono secolo, Kūkai fondò la scuola chiamata Shingon, in cinese Zhēnyan, nota in Occidente come Buddhismogiapponese esoterico o tantrico. Poco prima, nell’ottavo secolo, il monaco cinese Jianzhēn (688-763), conosciuto in Giappone come Ganjin, portò nell’arcipelago gli insegnamenti della scuola Tiāntai; in seguito il monaco Saichō (767-822), tornato dalla Cina nel 805, fondò la scuola Tendai, ramo giapponese del Tiantai cinese. La fioritura del Buddhismo va vista anche in chiave antropologica, soprattutto per comprendere cosa lega gli avvenimenti appena descritti con il successo dell’estetica del MONO NO AWARE, bisogna però considerare anche il quadro religioso del Giappone prima dell’avvento del Buddhismo.

Lo Shintō, la religione autoctona del Giappone, è una complessa forma di animismo che, possedendo una mitologia definita, lo avvicina di più ad un politeismo con tratti sciamanici. Il culto non ebbe nome fintanto che il Buddhismo non arrivò nell’arcipelago e la nomenclatura non fu il solo problema che dovette affrontare con la nuova fede religiosa. Profondamente diverse fra di loro, vi fu una vera e propria disputa in campo ideologico fra le due e non solo, basti pensare che ai monaci buddhisti era proibito entrare nell’area sacra dei santuari shintō. Fu proprio Kūkai a “risolvere” l’annosa diatriba, inglobando, con la cosiddetta teoria del honji suijaku,lo Shintō e i suoi innumerevoli kami (divinità) nell’universo buddhista. Secondo la suddetta teoria, i kami, originariamente le personificazioni degli elementi naturali in senso molto lato fino ad includere gli spiriti degli antenati, altro non erano che le manifestazioni (suijaku) delle forme originarie (honji) dei buddha e dei bodhisattva, connettendo le due confessioni religiose e creando quell’unica e poliedrica realtà quale è la spiritualità giapponese. Questo connubio durerà fino al diciannovesimo secolo, quando la Restaurazione Meiji (1866-1899) impose lo Shintō come culto di Stato.

Importante per il discorso è l’interpretazione dell’esistenza. Difatti lo Shintō non poneva problemi di natura ontologica all’adepto, si prenda ad esempio la morte: essa e soltanto un passaggio, poiché l’animo umano, proprio come i kami, è considerato immortale e non vi era nulla di concettualmente diverso da questo livello di esistenza, se non quella dei kami stessi, ritenuta superiore. Il Buddhismo introdusse la speculazione sulla natura transitoria e impermanente dei fenomeni, inclusa l’esistenza umana. L’introduzione di simili pensieri in un contesto, come quello del Giappone antico, in cui non fu mai messo in discussione il mondo fenomenico ne tanto meno si concepì mai l’esistenza di un qualcosa al di fuori dell’esistenza stessa, come può esserlo il nirvana, mise in crisi la fede shintō e gettò in uno stato di turbamento non indifferente coloro che recepivano la dottrina buddhista. L’AWARE e l’estetica ad esso connessa sono la risposta sintomatica alla concezione buddhista dell’impermanenza e della transitorietà, le cui implicazioni non furono del tutto accettate, sia dal punto di vista religioso che per le conseguenze che ciò ebbe sulla società, sulla cultura, sulla politica e non di meno sulla vita quotidiana.

Da: studiare giapponese.com/2017

MONO NO AWARE è un’espressione nata dalla critica letteraria per indicare un concetto che affiora spesso, da mille anni a questa parte, nella letteratura giapponese (prosa e poesia) così come al cinema (dai film in bianco e nero agli anime di ultima generazione).

Il concetto in questione è quello di una partecipazione emotiva di fronte a determinate scene che ci ricordano la caducità delle cose, come tutto sia destinato a passare, morire.

Si avvicina molto all’idea espressa da Virgilio nell’Eneide e sintetizzata nell’espressione “lacrimae rerum” (lacrime del/per le cose), che Virgilio fa usare ad Enea quando questi capisce d’essere al sicuro perché si rende conto di essere tra persone che si commuovono di fronte all’impermanenza delle cose, alla fragilità della vita umana.

Dunque sebbene quello di “MONO NO AWARE” non sia un concetto del tutto nuovo, né solo giapponese, racchiude qualcosa in più del “lacrimae rerum” di Virgilio.

Parlare di “commuoversi al pensiero della fine”, di fronte alla morte, sarebbe riduttivo. Va detto per esempio che “commozione” è forse un termine eccessivo, perché l’idea dietro l’espressione MONO NO AWARE molto spesso porta con sé una serena rassegnazione. C’è commozione mentre il personaggio contempla la scena (o lo spettatore ammira l’opera), ma senza pianto, senza tragedia; gli si unisce invece un’idea (per quanto vaga) che richiama la meraviglia di fronte alle cose.

MONO NO AWARE indica ad esempio l’incanto che un bel tramonto porta con sé, significa percepirne la bellezza, con la consapevolezza, però, che qualcosa di così bello è irripetibile ed avrà presto una fine. 

Insomma, nell’ammirazione e nella quieta commozione che la scena suscita si annida anche un sereno disincanto, privo sia d’amarezza che di trasporto, una chiara visione del mondo nella sua ineluttabilità e caducità.

La filosofia espressa con le paroleMONO NO AWAREunisce così incanto e disincantoè uno sguardo calmo sulla fine e sull’oblio oltre il velo della bellezza e del sentimento.

Proviamo però a distinguere tra la “filosofia” e l’espressione in sé: “MONO NO AWARE vuol dire tutto ciò? No. Da un punto di vista etimologico la traduzione di questa espressione potrebbe essere “la commozione (o lo stupore) di fronte alle cose”, mentre la sua traduzione letterale rischia di essere ancor più deludente purtroppo, quasi banale.

AWARE è una parola di origine giapponese che, in tempi relativamente recenti, si è iniziato a scrivere あわれ ma che in origine era あはれ AHARE(molti suoni “ha” nel giapponese sono divenuti “wa” con il tempo … è successo lo stesso con il famoso termine “kawaii”). あはれ AHARE deriva invece da あは AHA seguita da un suffisso (れ RE) che non ne altera il senso. E cosa significa AHA? Più o meno quel che significa il nostro “oooh”! In origine era un’esclamazione usata per esprimere un intenso sentimento, proveniente dal profondo del cuore, un sentimento che poteva essere di gioia, stupore, ammirazione … ma anche di tristezza e di dolore.

Era ancora questo il significato di AWARE quando venne usato a corte da Sei Shounagon oltre mille anni fa nel suo Makura no Soushi (commenti sul cuscino), quando fu usato nel suo Genji Monogatari da Murasaki Shikibu (che in termini più moderni dovremmo chiamare “Lady Violet”).

Ma i sentimenti che sfuggono come un sospiro all’autore non erano appannaggio femminile: AWARE è usato anche dal guerriero, monaco e poeta, Saigyō, quando, sul finire dell’epoca Heian, durante un viaggio si commuove di fronte allo spettacolo della luna e pensa a come guardare la luna e dire “AWARE” sotto il cielo della capitale.

Durante il Medioevo giapponese (1185-1573) il significato di AWARE però cambiò, o meglio, “si ridusse”, perdendo, in un certo qual modo, un po’ del suo fascino. Si iniziò ad usare l’espressione あっぱれ APPARE, ottenuta sonorizzando, cioè “rafforzando”, il suono della parola あはれ AHARE (d’altronde H e P sono “parenti stretti” nella lingua giapponese). Rafforzandone il suono se ne “rafforzò il senso” e pare venne usata per indicare stupore, ammirazione (come oggigiorno) ma anche grande sorpresa, intensa tristezza e perfino per dare un senso di aspettativa o per aggiungere un tono di risolutezza … tutti significati che nella lingua moderna sono stati dimenticati o quasi. D’altronde i kanji che gli sono stati attribuiti sono quelli di “bel tempo” (天晴れ): come potrebbe avere significati negativi?

Cos’è successo nel frattempo ad AHARE? Anche lui ha ricevuto dei kanji che ne hanno meglio fissato il significato: oggigiorno si scrive 哀れ o 憐れ, cioè con i kanji che indicano un dolore ed un senso di pietà, compassione, rispettivamente. Nei casi in cui serve ad esprimere commozione si dovrebbe usare rigorosamente la scrittura in kana (caratteri fonetici, diversamente dai kanji sono privi di significato, come le nostre lettere). Dunque al giorno d’oggi si scriverà あわれ AWARE, ma era あはれ AHARE fino a non molto tempo fa.