L’ah delle cose

L’AH DELLE COSE, ovvero MONO NO AWARE (si veda anche il capitolo precedente).

da: Henri Focillon, Il genio giapponese

Dal XIII al XV secolo, i samurai del periodo Kamakura offrono lo spettacolo unico di una civiltà ascetica e cavalleresca, in cui la cortesia non è altro che una forma di carità.

Si stava uscendo da un’epoca di voluttuosa raffinatezza, di devozione trascendente e di femminismo. Alle dame colte e agli aristocratici decadenti succedevano i monaci militari che, nelle lunghe lotte tra i clan Taira e Minamoto, avevano fatto trionfare quest’ultimo e creato lo shogunato per il suo capo, Yoritomo.

Qual è la prima regola che quei feroci guerrieri s’imposero? “Conoscere l’ah delle cose”, ossia la loro tristezza, la loro vita nascosta, la loro emozione latente, la dolcezza o il dolore che ciascuna di esse mescola all’armonia dell’universo. Conoscere l’ah delle cose significa essere sensibili alla loro poesia segreta, ascoltarne la lezione d’umanità. Non bisogna vivere per sé stessi, bisogna vivere per gli altri, bisogna vivere per il tutto. Chi comprende l’ah delle cose accede allo spirito di sacrificio, alla carità, alla bontà.

La bontà, la simpatia, il valore dell’aiuto reciproco non erano forse già i tratti distintivi dell’ideale confuciano? Amare l’uomo, fargli sentire che è lui stesso il proprio fine, non nell’isolamento egoista di un cuore insocievole, ma per il maggior bene della comunità fraterna, questo era l’insegnamento dato dal filosofo del paese di Lu.

A questo rispetto dell’uomo il buddhismo sovrappose il rispetto della vita. Ovunque presente, questa è ovunque venerabile, anche nei suoi più infimi sussulti, anche nei solchi leggeri ch’essa incide nel cuore o sulla scorza delle materie umili. Essa è gradevole, deliziosa, infinitamente degna di essere amata negli esseri. Le piante, le bestie, hanno anch’esse qualcosa di commovente e di buono. Quelle che circondano o accompagnano la nostra esistenza familiare traggono dal calore umano un po’ della sua irradiazione; esse, in cambio, ci donano graziosamente un po’ di poesia. In loro palpita un’anima indiscernibile, la quale ha un proprio passato, e che un futuro reclama. Essa rinascerà, sotto molteplici forme, nelle diecimila vite. Sottile scambio di carezze morali tra l’uomo e i compagni muti della sua attività.

L’ha capito, l’ha conosciuto l’ah delle cose l’artista immortale che, come Korin, ha fissato nelle lacche senza paralizzarlo, il getto elegante delle graminacee piegate dal vento o il brusco arresto della cerva che, col garretto teso, la testa alta, fiuta di lontano, in atteggiamento inquieto, qualche pericolo sconosciuto.

E ancora meglio del laccatore, certo, quel gentleman squisito raffigurato in un hai-kai pubblicato da Paul-Louis Couchoud, e che se ne sta costernato, con la tinozza di legno fra le mani, non osando gettare l’acqua calda del proprio bagno serale sull’erba del proprio giardino, frusciante dei canti d’insetti. Come potrebbe essere arida la vita dell’uomo, così associata a tutta la vita? Tra tante presenze, simpatie, echi leggeri, come potrebbe il cuore restare insensibile e duro?

Ed è vero che il genio giapponese fu in ogni tempo aperto alla tenerezza umana come alla tristezza delle cose. Terribile nei combattimenti, accanito nelle vendette, disposto ad accettare nelle arti rappresentazioni crude, sanguinose di massacri e supplizi, questo popolo seppe amare. Adottò la donna, le dedicò un culto – ma non glielo disse. Una volta esaurita la vena sentimentale e romanzesca delle grandi composizioni dell’epoca Fujiwara, a partire dal XIII secolo circa, egli la votò al silenzio e tacque il suo nome. Un magnifico pudore cela ai nostri occhi l’amicizia, come l’amore.