Musubidachi

結び立ち

Si prende dal Karate lo spunto per attribuire un possibile, importante significato alla modifica (di circa due o tre anni addietro) della posizione dei piedi in merito a Shomen ni rei nello I-AI, che dapprima dovevano essere paralleli e che ora debbono essere uniti per i talloni.

Musubi 結び legare

dachi 立ち posizione

Al di là dell’indiscutibile bellezza del film Your Name (del regista Makoto Shinkai), ad aver colpito la mia attenzione è stato un discorso pronunciato dalla nonna del protagonista:

«Musubi, questa parola ha un significato profondo. Intrecciare i fili è musubi, i legami tra le persone sono musubi, lo scorrere del tempo è musubi. Le corde intrecciate che noi creiamo rappresentano il flusso del tempo. Convergono e prendono forza. Si intrecciano e si aggrovigliano. A volte si sciolgono, a volte si spezzano, per poi legarsi nuovamente … Questo è musubi, questo è il tempo». 

Musubi è un concetto scintoista e rappresenta l’energia che permea l’universo, la quale crea e lega fra loro tutte le cose, siano esse pura materia, animali o spiriti (kami).

Questo termine mi ha portato a riflettere sul perché la posizione usata nello yoi (pronto, l’esser pronti) abbia tale nome.

Una spiegazione abbastanza semplice è che musubi significhi anche “nodo” o “unione” e si riferisca semplicemente ai talloni uniti della posizione. Ma esistono altri termini che indicano l’unione di qualcosa. Possibile che si sia scelto un termine tanto specifico, con un significato così profondo nella religione scintoista, per indicare meramente l’unione dei talloni?

Il giapponese, del resto, è una lingua molto descrittiva. Molte parole sono formate da ideogrammi che rappresentano il senso letterale del concetto che la parola vuole trasmettere. Ma, al tempo stesso, è dotato di parole opposte, dove la metafora prevale nettamente sulla descrizione letterale del concetto.

Quindi, ciò ci lascia con un dubbio. Musubidachi è davvero riferita ai talloni?

Mi piace immaginare di no. Musubidachi è la posizione usata nel momento in cui ci si prepara all’azione. È la posizione di partenza, quella che ci lega all’avversario, sia esso reale o immaginario. È una posizione dalla quale si può creare la nostra azione, tramite la quale il nostro destino viene in qualche modo intrecciato con quello della persona che abbiamo di fronte. È il primo punto di contatto con l’altro, l’attimo che immediatamente precede uno scambio fra le nostre vite.

Ovviamente non ho le prove a sostegno di tale tesi. Come già scritto, il tutto può essere un volo pindarico alla ricerca di significati profondi là dove non vene sono. Al tempo stesso nessuno ci vieta di dare noi stessi questo significato a tale posizione, perché la parola al suo interno sarà comunque lì a ricordarci che tutto ciò che esiste è in qualche modo legato; e che non siamo mai solo noi stessi, ma che in ogni nostra azione è legata ad altre innumerevoli azioni generate da innumerevoli esistenze.

Federico Pelliccia – allievo del Tora Kan Dojo

Di solito, la prima parola giapponese che si impara quando inizia un corso di Karate, è musubidachi […] Musubi è un verbo che indica l’atto di unire, mentre dachi vuol dire posizione. Pertanto una traduzione potrebbe essere posizione unita o, per quanto meno elegante, posizione dell’unire. Nella mentalità orientale non esiste una vera separazione tra corpo e spirito, quindi questo gesto non descrive solo il fatto che si accostano le gambe  e i piedi, ma che ci si predispone all’unione col maestro, con la disciplina, con se stessi (e quindi con l’universo). Pertanto molti (per esempio il maestro Shingo Ohgami) traducono musubidachi con posizione dell’attenzione.

La posizione sembra facile. Basta stare in piedi col busto eretto e unire le gambe facendo toccare i talloni per formare una specie di V con i piedi. Per chi ha fatto il militare, è un po’ come stare sull’attenti (guarda caso anche qui c’entra l’attenzione). Ma osservando con un po’ di attenzione (di nuovo!) ci si accorge che tanto facile non dev’essere. E infatti non lo è. Capita spesso di trovare le gambe tese, il mento sporgente, la testa lievemente inclinata in avanti (o talvolta indietro, col mento in alto), le braccia e le spalle contratte e talvolta disallineate, il collo affossato e le punte dei piedi aperte a casaccio […]

Poi vengono le gambe, che non devono mai essere tese, le ginocchia mai bloccate, ma restare impercettibilmente flesse, a sostegno del corpo che, in questo modo, pur fermo, rimane reattivo e pronto al movimento. Le spalle devono essere rilasciate, come le braccia, che cadono naturalmente per la sola forza di gravità, lungo i fianchi. Anche le mani sono aperte e rilasciate. Per il tronco, il collo e la testa è necessario un discorso a parte.

Bisogna che un filo immaginario passi all’interno della nostra spina dorsale per uscire dalla sommità della testa, come se fossimo una marionetta. Quel filo è teso a sufficienza da tenerci su, dritti, senza sollevarci da terra. In questo modo, il mento arretra, il collo si allunga (senza sforzare), le vertebre si distendono e si allineano una a una e il petto esce leggermente in fuori senza che le spalle si contraggano o spingano indietro. Un altro modo per immaginarsela è pensare alla posizione chiamata Sorreggere il cielo con la testa del Tai Chi Qi Gong. In questa posizione si immagina di dover sorreggere il cielo con la propria testa, avendo i piedi ben fermi sulla terra […] Per sorreggere il cielo le gambe devono essere un pochino flesse, la schiena e il collo allineati e distesi, il mento arretrato, la testa dritta, anch’essa allineata con collo e spina dorsale.

In questo modo siamo pronti. La nostra attenzione è attivata e stimolata. Il corpo rilassato ma reattivo, ricettivo. E la nostra testa tocca il cielo. Mubidachi. La posizione unita. La posizione dell’unire il cielo e la terra.

Riccardo Rita – wadowaza.it